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Guarda(mondo) oltre i confini.

Benvenuto 2019, benvenuto anno nuovo. Quattro nuove cifre sul calendario, un nuovo freddo prima di un altro caldo, nuovi propositi e altrettante parole per descriverli e rispettarli, o almeno provarci. Potrei passare ore a raccontarvi le mie parole nuove, quelle di Laura, ma preferisco andare dritta al sodo (uno dei punti nella mia lista dei propositi per questo anno) e rivestire, ancora una volta, i panni della vostra Guardamondo. Sui social network si è recentemente diffusa la mania di pubblicare, insieme al bilancio dell’anno appena trascorso, anche una parola che dovrebbe riassumere tutto ciò che per noi è importante, qualcosa da comunicare agli altri nel nuovo anno. Tra le più diffuse ci sono parole come coraggio, speranza, determinazione o amore, per non parlare dei loro equivalenti in lingua inglese che, alla faccia della contaminazione linguistica, sono i veri protagonisti. Quello che accomuna quasi tutte le parole usate è l’ambizione che si cela dietro il loro utilizzo, come se invocando l’amore, il coraggio e tutto il resto, stessimo chiamando a raccolta tutta la fortuna del mondo. Se Guardamondo partecipasse a questa nuova tendenza che parola sceglierebbe? Ci ho pensato tanto e forse la parola “equilibrio” sarebbe stata la più appropriata e di maggior buon auspicio se si tratta di geopolitica, ma l’equilibrio è qualcosa di troppo complicato e io ho promesso fin dal primo articolo di farvela semplice e per questo, ho deciso di portarvi alla scoperta di un concetto modesto da cui dipende non solamente la geopolitica, ma anche molto altro. La nostra parola di quest’anno é confine. Etimologicamente con la parola confine si intende “una linea costituita naturalmente o artificialmente a delimitare l’estensione di un territorio o di una proprietà,o la sovranità di uno stato”. Che cosa capiamo da questa definizione? Un confine è una linea, a volte naturale, come un fiume o un mare, altre volte artificiale, quindi tracciata da qualcuno e che ci dice dove finisce qualcosa e inizia qualcos’altro. Quello che non sappiamo leggendo le parole in corsivo è il perché si traccino queste linee. Una volta ho letto che i confini servono a stabilire l’ordine, ciò che è definito può essere amministrato e quindi protetto, ma è davvero così?

Si tracciano confini per proteggere chi o cosa è all’interno, o lo si fa per separarsi e distinguersi da ciò che è all’esterno, poco importa se sia davvero qualcosa di pericoloso oppure no? Per chi di voi deciderà di non proseguire nella lettura e scrivere lettere di critica alla redazione, accomodatevi pure. Potete affannarvi nel dar mostra delle vostre conoscenze riguardo la necessità e l’efficienza dei confini, ma sappiate che io sono come quelle bambine curiose che chiedono continuamente il perché delle cose, non vi darò tregua finché non sarò certa che vi siate posti tutti i dubbi del caso. Prendiamo per esempio il caso del Kurdistan, uno stato che non è uno stato, un popolo che è stato diviso in quattro regioni, separate da confini e amministrate ognuna da un diverso governo. I confini tra le quattro regioni non sono naturali, sono stati eretti da qualcuno e per decisione di qualcun altro. Immaginatevi di decidere di andare a dormire dal vostro fidanzato o dalla vostra fidanzata, vi portate una borsa con un cambio di vestiti ed uno spazzolino. La mattina dopo vi svegliate, aprite la borsa e capite di esservi dimenticati a casa le mutande pulite, così in fretta e furia raccogliete le vostre cose e uscite sperando di tornare in tempo per risvegliarvi accanto a lui o lei.  Fuori da casa però ci sono dei soldati (sorpresa numero uno), vi dicono che casa vostra ora è ufficialmente in un’altra regione (sorpresa numero due) e che, suddetta regione, è in un altro stato (sorpresa numero tre), che voi non potete raggiungere perché c’è una linea che lo vieta (sorpresona numero quattro). Anche se voi quella linea non la vedete e, confusi da tutte le sorprese, state pensando solo alle vostre mutande, lei c’è e si chiama confine. Questo è quello che è successo ai curdi della città di Qamishli che, un bel giorno, si sono svegliati separati dai loro cari, un po’ turchi e un po’ siriani, con diversi regimi a cui sottostare e il divieto di vedersi. É la stessa cosa che accadde con il muro di Berlino, anche se quello nessuno ha mai pensato di chiamarlo confine. É quello che potrebbe succedere se la Catalogna diventasse indipendente, con nuove regole e nuovi controlli alla frontiera. Paradossalmente è anche quello che potrebbe succedere alla Padania (leggendaria quasi quanto gli unicorni), se qualche folletto di verde vestito decidesse una notte di circondare la“regione” con dei paletti e mettere su guardie e check-point. É quello che potrebbe succedere ovunque e che di fatto succede anche con le persone. Quando allontaniamo gli altri è per proteggerci effettivamente da qualcosa o è solo paura incondizionata dell’esterno? Ecco che i confini, oltre a fornirci un’interessante metafora per riflettere su noi stessi, ci dicono anche molto su uno dei fondamenti della geopolitica: la paura. Paura che diventa veicolo per il potere, tracciare linee piuttosto che fare domande, frammentare invece che unire, convinti che fare di testa propria sia sempre meglio che ascoltare gli altri. Cari Guardamondo, il mio consiglio? Non tracciate nuove linee, combattete quelle che già vi circondano. Il mio invito? Scegliete uno stato,grande o piccolo che sia, guardate con quali stati confina, studiate le sue linee di divisione. Sono naturali? Non lo sono? Se non lo sono, provate a chiedervi il loro perché e per chi sono state tracciate. Per oggi è tutto amici, ci ritroviamo la prossima settimana sempre qui, nello spazio senza confini che è questa rubrica. Ah dimenticavo, buon anno a tutti.

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