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“… hello darkness, my old friend …”.

Inizia sabato 24 la XXXI^ edizione de “Il Cinema Ritrovato”  la rassegna ormai appuntamento fisso dei cinefili in all the world che, “… sullo schermo del cinema più bello del mondo …” (Piazza Maggiore) sera dopo sera presenterà nuovi restauri e nuove esperienze di film indimenticabili. Ci saranno, ad esempio, la più trascinante sinfonia visiva sull’idea di rivoluzione, “La corazzata Potëmkin” di Sergej Ejzenštein accompagnata dalle musiche di Edmund Meisel eseguite dalla Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna diretta da Helmut Imig e preceduta dal prologo de “La Rue” di Abel Gange; e poi “The Patsy” di King Vidor una strepitosa commedia del muto americano con le musiche di Maud Nelissen eseguite da The Sprockets; ancora, “Steamboat Bill” del genio impassibile Buster Keaton con la partitura composta e diretta da Timothy Brock ed eseguita dall’orchestra del Teatro Comunale di Bologna; ed ancora “L’Atalante” di Jean Vigo forse la più toccante testimonianza sull’eterna giovinezza dell’amour fou, il memorabile documentario sulla summer of love “Monterrey Pop” di Pennebaker, lo struggente omaggio a Chet Baker di Bruce Weber “Let’s Get Lost” e l’ultimo capolavoro di Agnes Varda, “Visages Villages”, realizzato con il giovane artista JR.

Ci sarà, soprattutto, venerdì 23, la sera prima dell’inaugurazione quindi, quasi una sorta di ideale anteprima, “Il laureato” di Mike Nichols, che , tratto da un romanzo omonimo di qualche anno prima, uscì nelle sale cinematografiche esattamente cinquanta anni fa, diventando ben presto l’inno generazionale assoluto, in un periodo in cui la contestazione giovanile, espandendosi dai campus universitari dove era esplosa, iniziò a nuotare nel mare aperto della vita e del PeaceAndLove non accontentandosi più della piscina di Benjamin.

In Italia, causa una distribuzione complicata che lo fece vietare ai minori, “Il laureato” arrivò qualche anno dopo. Nel periodo felice che va dal 1974 al 1977 (parlo, ovvio, di tutti quelli che, ignari e spensierati, condividevano tempi luoghi amori piaceri interessi) la vita era scandita dai cinema. Decine di sale, decine di matinée, centinaia di film visti e rivisti e rivisti ancora. I cinema avevano nomi mitici, che risuonano ancora nella memoria (Admiral, Adriano, Alfa, Apollo, Embassy, Imperiale, Giardino, Metropolitan, Minerva, Nosadella, Olimpia, Rialto, Royal, Splendor: cito solo quelli scomparsi o che hanno, nel tempo,cambiato faticosamente essenza; al loro posto adesso ci sono negozi di scarpe, self-service, residence, supermercati, mercatini di parrocchia, mentre altri, invece, giacciono abbandonati, chiusi per sempre, senza nessuna idea, speranza, possibilità per il futuro).

Ognuno di quei cinema aveva le sue serate a tema, i cicli in cui potevi vedere tutto, ma davvero tutto, quello che era stato girato su quell’argomento, quel periodo, o filmato da quell’autore o interpretato da quell’attore.

Trovarsi al cinema, dopo una puntata al Sole (che allora alle 20 chiudeva, almeno per noi non notai, avvocati, professoroni di rango) e prima di finire la serata (la nottata) al Moretto o alla Fatica o in Broccaindosso o in Fondazza o in Mascarella, era la socialità, diffusa, di allora.

Succedeva spesso di incontrarsi, perfetti sconosciuti (ma poi bastava poco per diventare amici) a vedere, e rivedere, gli stessi film; sorta di gioiosa, ed inconsapevole, compagnia di giro che condivideva gli stessi gusti, la stessa contagiosa gioia di tirar tardi. Un po’ quello che succedeva già per “The rocky horror” e che sarebbe successo in seguito per “Frankenstein junior”: ci si ritrovava, al calar delle luci in sala, immersi in un mondo magico, un mondo di cui conoscevi già prima che si disvelasse, ciò che sarebbe successo ed era bello condividere e rimandarsi l’un l’altro le battute che si conoscevano così bene, che tanto si amavano, si detestavano, si piangevano.

Tra tutti, il film che non potevo assolutamente perdere, 27 volte spettatore pagante, era, appunto, “Il laureato” di Mike Nichols con Dustin Hoffman, Ann Bancroft e Katharine Ross. Il merito, grande, del regista fu quello di intuire che quel romanzo, scritto nel ’63 da Charles Webb un giovane ribelle ante litteram, (figlio di un facoltoso medico californiano aveva rinunciato all’eredità paterna per poter inseguir virtute e conoscenza) che aveva ceduto i diritti presenti e futuri della sua opera e di tutte quelle che ne sarebbero potute derivare per soli 20.000 dollari (vabbé, 20.000 dollari d’allora, ma pur sempre solo 20.000 dollari) e che nessuno prendeva sul serio, sarebbe assurto a  grande letteratura solo diventando cinema. Perché non c’è prosa paragonabile al viso di Anne Bancroft nell’età in cui comincia la sua perfezione ed alla calza che, già dalla locandina, avvolgeva Benjamin, il ragazzo di buona e ricca famiglia, imprigionandolo nel gioco dell’infelicità del piacere (e che differenza, di classe, di sexappeal, di rapacità tra la pelliccetta di coguaro di Mrs.Robinson e il sushi spalmato sulle forme sfatte della Samantha Jones di “Sex and the city”) e perché non c’è competizione possibile tra una prosa tutta dialoghi e l’immagine di quella donna infelice perché ben maritata, bellissima perché di mezza età, amara e alcolizzata, disillusa e perversa, composta e lucida e, soprattutto, non ancora salvata dalle femministe e perché, poi, c’è la grande invenzione del duetto rosso, l’ossodiseppia che corre quasi sospeso sul ponte, il duetto che divenne IL simbolo della libertà, dell’America che abbiamo solo intravisto in quell’infausto anno, il 1963, in cui il 28 agosto Martin Luther King urlava il suo I have a Dream al Lincoln Memorial e tre mesi dopo, il 22 novembre, John Fitzgerald Kennedy, il Presidente della Frontiera, del Sogno, veniva assassinato a Dallas, e che ancora stiamo cercando (they’ve all come to look for America). Ed infine, non c’è, non ci può essere competizione con l’immagine di Dustin Hoffman/Benjamin abbandonato sul sedile dell’autobus con accanto la sua bellissima e libera e coraggiosa Katharine Ross/Elaine mentre la corriera li porta via, sulle note struggenti di Simon & Garfunkel, lungo le strade d’America.

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