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“I bastardi dovranno morire” di Emmanuel Grand

“… Wollaing è una piccola città del Nord della Francia afflitta dalla disoccupazione. Qui, mentre i bambini sognano di diventare calciatori o pop star, le madri non hanno di che pagare le medicine e i padri si spaccano la schiena nelle segherie che stanno trasformando la zona in un grosso deserto, arrotondando lo stipendio con qualche lavoretto saltuario, spesso legato ai traffici di droga. Quando una giovane tossicodipendente, Pauline, viene ritrovata morta in un terreno abbandonato, la città punta subito il dito contro le banche e lo stato che hanno spremuto fino al midollo la cittadina. La faccenda, però, è più complicata di quello che sembra e il comandante della polizia locale, Erik Buchmeyer, lo sa bene. Perché a Wollaing non vivono solo persone per bene schiacciate dalla miseria, ma anche una serie di personaggi oscuri e violenti …”. Questa, a grandi linee, la trama tratteggiata dalla quarta di copertina de “I bastardi dovranno morire” il più bel polar (attenzione, non a caso uso il termine polar e non giallo, poliziesco, noir, thriller e così via, tutti termini che, stiracchiandoli, si potrebbero, ciascuno, attenere alla storia raccontata; la differenza, sottilissima, che intercorre tra tutti non è così banale e di poco conto come si potrebbe a torto ritenere (un po’ come ci si trovasse a doversi districare tra le infinite nuances di rouge per unghie o labbra: vero, tutti rossi sono, ma differenze, anche enormi, di riflessi, intensità, consistenza, pastosità e quanto più ci si voglia addentrare nel merito tanto più lo si può fare, ci sono e sono fondamentali), anche se la critica francese parla disinvoltamente di thriller e noir («I bastardi dovranno morire è un libro sbalorditivo, che rompe le frontiere del genere e spazia dal giallo al thriller psicologico passando per il romanzo d’inchiesta»Le Figaro), letto nell’anno che sta terminando.

Fossimo negli states, e si parlasse di cinema, ci troveremmo immersi nel più classico dei buddy-movie (letteralmente, un film che narra la storia e le avventure di due amici, solitamente diversissimi tra loro: eclatante esempio, la serie ArmaLetale con il nero anziano pacato e riflessivo Danny Glover / Roger Murtaugh ed il bianco giovane aggressivo ed istintuale Mel Gibson / Martin Riggs). Ma siamo in Francia, e allora la storia della difficile convivenza e collaborazione tra Saliha Bouazem, la poliziotta del Maghreb appena arrivata in questo nord inventato ma talmente vivido nella descrizione da rasentare la veridicità della Yoknapatawpha County di faulkneriana memoria, e la cialtronaggine picaresca e accattivante del suo capo Erik Buchmeyer, fumatore, bevitore, macho, spocchioso, assolutamente no polically correct (geniale e folgorante la sua, sul momento anonima e sconosciuta, presentazione), ma così abile nel suo lavoro, assume via via connotati sociali e politici che squarciano il velo di autoassolutorio benpensantismo in una Francia messa in ginocchio dalla disoccupazione, dai debiti e dai signorotti locali della droga.

E così, brevemente, ecco spiegato il perché della riuscita di questo romanzo: al di là di una storia bella ed avvincente sorretta da una scrittura di grande vivacità e solidità, due personaggi vividi e reali che danno vita ad un’accoppiata troppo umana, simpatica, coinvolgente e vera per non risultare vincente.

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