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Una politica che non rappresenta più del 40 per cento del corpo elettorale – quando va bene – ha un problema serio. Tanti uomini politici proclamano con aria preoccupata che “è un campanello di allarme” ma pare che poi nessuna ricetta messa in campo dia i frutti sperati. Il Movimento 5 Stelle è cresciuto proponendosi come interprete dei non votanti, ma anch’esso inizia a perdere questo ruolo a giudicare dalle recenti elezioni siciliane.

L’astensionismo è enorme e nessuna democrazia europea può permetterselo a questi livelli. Siccome più che di un campanello d’allarme, ritengo si tratti di una sirena di quelle che precedono i bombardamenti, mi interrogo spesso sui motivi della defezione.

Le motivazioni che si sentono le conosciamo. Colpa dei politici di qualunque cosa non funzioni, colpa dei costi della politica, la politica si é costruita il suo mondo dorato a scapito dei cittadini e così via. Un misto di cose vere e non vere, accuse generiche e acritiche, ma che dopotutto le abbiamo sempre sentite, anche quando votava l’80 o il 90 per cento degli aventi diritto.

A ben guardare invece, si vede bene che oggi queste accuse sono solo la parte finale di un sentimento più profondo e legato alla vita reale, un sentimento che nasce dal senso di tradimento di cui effettivamente la politica italiana è responsabile verso i cittadini.

Negli anni novanta la crisi di “mani pulite” ha rappresentato lo spartiacque nella storia della nostra politica. Chi si ricorda quel periodo ricorderà più che altro immagini televisive. Infatti era già iniziata allora la ritirata della politica dalle strade, dalle sezioni, dai luoghi della presenza fisica dell’organizzazione della politica. Ad una società sempre più individualista e alla rincorsa del successo, dove il rampantismo era il valore delle nuove generazioni, non serviva più una politica strutturata, piena di passaggi complicati, di liturgie assembleari, di segretari di sezione, vicesegretari, responsabili giovanili e così via. La televisione era la soluzione. La politica entrava in casa dalla tv e ciascuno se la declinava a proprio piacere e per la propria convenienza. L’importante era non doversi più rapportare con quel mondo vecchio, polveroso e anche opprimente.

Per un ventennio tutta la politica si è adeguata a questo modello. L’idea dell’inutilità dei corpi intermedi è stata diffusa a piene mani. Grazie alla moderna comunicazione, il leader interagisce direttamente con me, il resto non conta. Il migliore dei politici in questo gioco sappiamo chi è stato, ma ancora oggi si continua. Non si può nemmeno fare altrimenti perché l’infrastruttura di un tempo è stata in gran parte dissolta o delegittimata. Mi pare di poter dire che anche recenti pallidi tentativi ferroviari dimostrano che non è facile recuperare il rapporto col territorio senza una forte organizzazione intermedia.

Così, dopo un ventennio, ma forse anche meno, i cittadini hanno iniziato a guardarsi attorno, scoprendo che oltre ai vecchi rompiscatole che ti vendevano la tessera, erano spariti anche i punti di riferimento della vita sociale e politica, quei luoghi e quelle persone che facilitavano la relazione dei cittadini con i livelli della decisione, quei luoghi e quelle persone che legavano i cittadini favorendone l’incontro. I cittadini, davanti ai problemi, non riescono più a trovare aiuto dal rapporto con la politica. Nasce un senso di abbandono, di distanza. Un senso di tradimento che ribolle dentro ogni volta che si pensa alla politica, o la si guarda in tv. Si perché sappiamo che il lavoro del politico continua, ma è come se non ci riguardasse. Se chiedete in giro “Cosa fa per te la politica?” la risposta è scontata.

La distanza tra cittadini e luoghi della politica che un tempo era gerarchica, ora è diventata una semplice e incolmabile lontananza, per di più acutizzata dall’individualismo che finché tutto andava bene era un valore ma che ci ha messo poco a diventare solitudine.

L’esame di coscienza collettivo non si fa mai. Si fa fatica anche a fare quello individuale. Qui però non si tratta di trovare il colpevole bensì i motivi. Ebbene credo di poter dire che l’evoluzione della società, dei valori e del modo di vivere, ci ha portati fin qua. Insomma, la politica ha assecondato la società. Poi però la politica ci ha messo anche del suo, quella italiana in particolare, quella con la “p” minuscola, con poca autorevolezza, quella politica che affida ai governi tecnici le decisioni e a quelli elettivi la gestione, quella lì alla fine si paga.

Lungo la strada si sono così consumati altri “tradimenti”, o meglio scelte percepite come tradimenti. La lista è lunga: le riforme delle pensioni, la disoccupazione giovanile, le politiche per la casa, i rapporti di lavoro, l’accesso ai servizi della salute, alle scuole e via via tutto quanto sappiamo. Spesso poi ce l’ha “chiesto l’Europa”, luogo mitologico governato da altri perfidi individui, di solito biondi, dove la nostra politica non sa farsi valere, ma deve solo subire. L’Europa, dove ci danno i voti e i compiti e i nostri rappresentanti chinano la testa, ma sempre ben pagati.

Ci sentiamo più poveri ma soprattutto ci sentiamo incapaci di trovare soluzioni con i nostri mezzi. La crisi del 2008 e le sue conseguenze hanno fatto il resto, accendendo la miccia ad un ordigno che era già lì ed aspettava solo l’innesco.

L’insicurezza genera istintivamente paura negli individui.  Ora pensiamo un po’ ad una società parcellizzata, fatta di uomini spaventati da un futuro incerto, pensiamo a famiglie che si sentono vulnerabili perché vedono dissolversi le tutele acquisite. “Traditi”. Questo tipo di società, quando viene chiamata ad esprimersi in occasione delle elezioni, secondo voi cosa fa? Cambia fede politica? No. Semplicemente volta le spalle, con rabbia.

 

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