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“Invece di assumere un atteggiamento di decoroso e doveroso distacco, l’artefice della peggior Waterloo della sinistra italiana continua a voler dettar legge”. Un Piero Ignazi lapidario fotografa così la deriva del Pd e del suo segretario finto-dimissionario: immobilismo cadaverico. Martedì sera, durante la chiacchierata che il professore ha fatto al Cortile Caffè con tutto il gruppo degli amici del Tiro-magazine, la diagnosi era già uscita in modo chiarissimo. Chi perde deve avere almeno il buon cuore di star fermo un giro, avevamo detto. Il discorso vale per Renzi, prima di tutto. Ma anche per molti altri (Ignazi commenta i 7 punti persi da Renzi come un disastro; il segretario Calvano in Emilia Romagna ne ha persi 11, tanto per fare un esempio). Non c’è possibilità di ripensare la sinistra se non si chiude il ciclo renziano, ha ribadito il professore nell’articolo uscito sul numero di venerdì 30 aprile di Repubblica.  Ma il partito sembra “anestetizzato”. Lo è ai vertici, basta vedere come tutti, anche la cosiddetta minoranza, balbetta di fronte ai diktat del finto-dimissionario che continua a dare la linea Ma la cosa incredibile – ed è quello che il Tiro aveva già rilevato nelle analisi del voto – è l’assordante silenzio della base, dei quadri intermedi, dei segretari, dei consiglieri. Anche loro paralizzati dalla batosta. Incapaci di organizzare il minimo sindacale di chi milita in un partito: guardarsi negli occhi. Un partito dove non scorre più sangue nelle vene, avevamo scritto. Alla luce degli ultimi avvenimenti il silenzio è ancora più clamoroso. Il partito continua nella suo stato imbalsamato che – come spiega benissimo Ignazi – è l’unico modo per Renzi di mantenere quel po’ di potere residuo. Non un’analisi seria della sconfitta. Non una vera ricerca di cercare di riagganciare tutti quelli che se ne sono andati. Non un minimo accenno di abbandonare l’arroganza del renzismo (e dei renziani che è peggio di quella di Renzi). Anzi. Più i numeri demoliscono il castello costruito dal senatore di Scadicci, più aumenta quell’atteggiamento misto di superiorità, rancore e alterigia dei renziani che adesso è anche un po’ patetico. E la speranza di un sussulto, magari proprio dall’Emilia che era terra di un pragmatismo lontano mille mille dallo storytelling renziano, è sempre più lontano. Anestetizzato tutto il partito, spiega il professore. Qualcuno aveva sperato che sotto la lucida analisi di Ignazi partisse una raccolta di firme spontanea dei cittadini per dire davvero “grazie Renzi, ora si cambia”. Niente. Neppure quella. Se la sinistra vuol battere un colpo deve cominciare da qualche altra parte.

Mauro Alberto Mori

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