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Il basket eravamo noi

“… Larry era un argomento molto controverso” ricorda Michael Jordan.

“La gente mi chiede spesso quale sia secondo me il miglior quintetto di tutti i tempi. Quando arrivo all’ala piccola e nomino Bird, di solito mi viene chiesto: stai scherzando? Non c’è paragone con LeBron James. Io rispondo: voi non capite, Larry Bird è la miglior ala piccola che abbia mai giocato su un campo da basket. Per apprezzare del tutto Bird, devi conoscere a fondo il gioco. Devi essere uno che ne capisce. Non era un giocatore atletico che schiacciava in testa alla gente, era lentissimo … non aveva la forza fisica di molti dei giocatori di colore che hanno giocato nella NBA. Ma se vai al Madison, la mecca del basket a New York City, e chiedi cosa ne pensano di Larry Bird, la risposta è sempre: un grandissimo giocatore perché faceva di tutto …”.

Il basket come lo conosciamo adesso, quello rutilante e superstar della NBA agli albori, quando per risollevarsi dalla crisi e dall’indifferenza (sembra impossibile anche solo immaginarlo, ma solo 40 anni fa nessuno, ripeto nessuno, voleva vedere una partita in TV e nei palazzi, immense cattedrali nel, letteralmente, deserto si sperdevano meno della metà degli spettatori oggi richiamati da una squadra di media Lega A) il commissioner dell’epoca non ebbe altra possibilità se non affidarsi al carisma, alla forza, alla bravura ed alla ferocia di due esordienti, le stelle delle università di Indiana State e di Michigan State.

Fu, naturalmente, una storia di successo perché sembrava scritta da uno sceneggiatore bravo di Hollywood, uno di quelli che fecero grande la mecca del cinema.

Il bianco (un contadino del grande nulla del midwest cresciuto a birra, stetson a tesa larga, mugugni e silenzi tipici dell’immensa prateria) e il nero (un figlio del ghetto, magari non uno dei più pericolosi ma pur sempre ghetto, che vede la propria visione del mondo trascolorata nel sorriso a tutti i costi e high five ad altezze siderali alla ricerca di un perenne showtime). Ancora, un’ala grande dal tiro mortifero e dalla visione di gioco millanta anni avanti rispetto a quella dei mortali che dividevano il campo con lui, dal passaggio magico e dalla grinta degna di quella di John Wayne nonostante una fisicità da riformato alla visita di leva, contro il play di due metri dalla visione di gioco millanta anni avanti rispetto a quella dei mortali che dividevano il campo con lui, dal passaggio magico (magic come un marchio di fabbrica, come un logo, un brand, come il nickname che ancora si porta appresso) e dalla propensione a far sembrare facile tutto ciò che di difficile, difficilerrimo, invece inventava.

Signori e Signore, la storia di Larry Bird & Earvin Magic Johnson è servita in questo “Il basket eravamo noi – Larry Bird & Earvin Magic Johnson” edito da Baldini&Castaldi nel 2015 (e di cui ringrazio sentitamente Claudio the old Vezzi).

Intendiamoci. Il libro, in sé, non è granché. La scrittura (ma forse dovrei dire la traduzione) è pesante, ripetitiva e, oggettivamente, o sei appassionato di basket, e di quel basket, quello dell’ultimo ventennio del secolo scorso, di poco appeal.

Però si può capire cosa provi chi vide la NBA solo con le prime avventurose differite di Capodistria ad inizio ’80 (anche se si beava già dei racconti dei califfi che erano stati di là ed avevano visto magari una partita e degli articoli sparuti dei “Giganti del Basket”) sdraiato sul divano, col gesso poggiato su una montagna di cuscini cercando di non pensare all’astragalo frantumato giocando alla palestra del Fermi nel rileggere di chi fu il mito del suo immaturo immaginario di allora: Larry Bird, bianco, lento, gran tiro ed immensa visione del gioco. E ripensare a come fu facile (e romantico) immedesimarsi in lui quando, nei playground di Perugia ti conoscevano come il figlio di Fultz (capelli lunghi alle spalle, fascia di spugna in testa, 11 sulle spalle e gran tiro mancino; in più unico tifoso in città, e in regione, della Vnera).

E di quando comprai l’unica maglietta celebrativa della mia vita.

Era verde come il trifoglio d’Irlanda e aveva un enorme 33 stampato sulla schiena.

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