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Confesso. Pennac, e il suo, anzi i suoi, Malaussène, li ho letti tardi. Questione di feeling, di snobismo, di insopportazione. Di tutto quello che nasce come fenomeno di massa (scrittura e cinema, soprattutto) non mi fido. E non ho voglia di unirmi alla massa degli osannanti senza ritegno e senza ripensamenti. Sbagliato, questo atteggiamento? Può essere, ma almeno mi ha fatto evitare, nel corso del tempo, di prendere cantonate tremende e difficilmente digeribili (dopo l’entusiasmo iniziale, sai che dolore dover ammetterne l’infondatezza?). Quindi, la tribù Malaussène in quel di Belleville, l’ho conosciuta tardi. E, tardivamente incontrata, qualcosa dell’entusiasmo contagiante degli inizi si era perduto. E quindi, a me, la saga dei Malaussène non è piaciuta.
Ora, complice l’estate, Feltrinelli edita questo “Il caso Malaussène”, che mi sono affrettato a comprare. Il giudizio, però, rimane lo stesso: un tardivo tentativo dell’autore di rinverdire i fasti di una serie che, oramai, mostra crepe evidenti di inventiva ed originalità (d’altronde, è lo stesso autore che dichiara di aver scritto questo ennesimo, stanco, capitolo dopo che “… un’anziana signora mi ha chiesto se avrebbe ancora sentito parlare della tribù Malaussène. Aveva letto i romanzi su consiglio della nipote, una ragazzina venuta a farsi firmare tutti i titoli della serie per il fidanzato. A sua volta, lei li aveva letti su consiglio della madre, alla quale erano stati suggeriti dal compagno dell’epoca, diventato poi suo marito. Avevo le tre generazioni davanti agli occhi: la figlia, la madre e la nonna. Tutte e tre mi chiedevano ardentemente notizie di Malaussène. Ho promesso che gliele avrei date. Quelle tre lettrici mi hanno fatto scattare il desiderio di sapere che fine avessero fatto Verdun, È Un Angelo, Signor Malaussène e Maracuja …“).

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