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Il castello che non c’è

Non è un racconto di Edgar Allan Poe e nemmeno una delle città invisibili di Italo Calvino, nessuna vita  letteraria per il castello che non c’è.  Anche perché qualcosa ne è rimasto:  basta percorrere via Indipendenza ed arrivare a porta Galliera volgendo lo sguardo verso la stazione della autocorriere e lì, a pochi passi dalla scalinata della Montagnola, entro un piccolo fossato sotto il piano stradale, svettano alcuni ruderi che sorvegliano la pensilina dell’autobus poco distante e il via vai affaccendato di chi corre in stazione o di, chi, più placidamente, va verso il mercato della Piazzola.

Se ci fermiamo ad osservare, capiamo che quella fu una costruzione fatta con la volontà di resistere al tempo, volontà sempre disattesa da chi, il popolo bolognese, quel castello proprio non lo voleva.

Proviamo a capire come e perché quei pochi resti di muraglia raccontano una storia ricca di colpi di scena.

Bologna in epoca medievale vantava una produzione industriale prestigiosa nel campo della manifattura di tessuti e i mulini giravano incessantemente sull’Avesa e sull’Aposa, azionando i torcitoi per i fili di lana e seta; il porto industriale del Cavaticcio, dove sorgevano forni e mulini e dove il canale di Reno compiva un salto di livello generando una copiosa cascata che aveva premesso la crescita di attività industriali, era il luogo da cui partivano le chiatte mercantili piene di merci, a risalire lungo i canali fino al mare e arrivando addirittura a Venezia. Bologna era una città ricca, geograficamente in un punto strategico tra la repubblica veneziana e la Toscana. Che poteva succedere se i veneziani e i bolognesi si fossero alleati per calare a Firenze e quindi a Roma? Questa spada di Damocle non poteva certo lasciare tranquillo chi governava Roma ed immaginava uno stato cattolico e apostolico in espansione. Insomma, il Papa teneva d’occhio Bologna e la immaginava asservita al potere papale, cosa che sarebbe accaduta solo nel secolo XVI ma a condizioni molto particolari, vedendo riconosciuto il suo senso di indipendenza civile.

Nel 1327, il cardinale Bertrando Del Poggetto entrò in città senza trovare troppe resistenze ma solo perché Bologna era in quel momento sotto schiaffo, temendo un’invasione militare da parte del regno di Baviera e le truppe papali potevano servire; fu Bertrando a far costruire per primo il castello-fortezza: siamo nel 1330 e già nel 1334 la costruzione venne distrutta dal popolo bolognese. Peccato perché la storia tramanda che all’interno del castello Bertrando avesse  alloggiato una pala commissionata niente di meno che a Giotto.  A Giotto, si badi bene, ad un fiorentino e non ad un pittore bolognese: questo la dice lunga su come la Chiesa intendesse sottomettere anche culturalmente un comune  ribelle come Bologna.

Con le varianti del caso, ovviamente dovute al cambiamento del quadro politico internazionale, la storia si ripeté altre quattro volte: nel  1330 il cardinale Baldassarre Cossa ricostruì la fortezza che solo quattro anni dopo il furore dei bolognesi demolì;  Cossa divenne papa con il nome di Giovanni  XXIII (in realtà fu un antipapa e per noi Giovanni  XXIII è tutt’altra storia) e ci riprovò ma il castello papale durò dal 1414 al 1416. Più fortunato fu papa Eugenio IV che riuscì a tenere in piedi la roccaforte dal 1436 al 1443 mentre il quinto ed ultimo castello si deve ad un papa guerriero come Giulio II della Rovere che lo ricostruì nel 1508, quando conquistò definitivamente la città e il suo territorio che da allora fecero parte dello Stato della Chiesa. Durò a lungo il castello? Macché, nel 1511 venne di nuovo abbattuto a monito di come, per tenere Bologna, il Papa doveva riconoscerne  almeno in parte l’autonomia. La perseveranza papale si era consumata, anche perché a Roma un tipaccio come Michelangelo, ne stava consumando un bel po’ con tutto quel tempo che ci metteva a dipingere la cappella Sistina!  Bologna, da quel momento seconda città dello stato della Chiesa, godette di privilegi che alle altre città dello Stato Pontificio erano preclusi: un governo autonomo, un cardinale Legato costretto a confrontarsi con il Comune e soprattutto, con i cittadini sempre pronti ad accendere la miccia della rivolta.  Giulio II secondo forse, tra sé e se’ avrà pensato se non riusciamo a combatterli, meglio farceli amici.

Del resto cosa mai potevano aspettarsi i pontefici romani da una città che già nel 1256 con il Liber Paradisus aveva liberato i servi della gleba, che viveva un sentimento civico fortissimo tanto da scrivere per ben due volte nel suo blasone la parola Libertas, che oltre ad abbattere cinque volte il castello papale non aveva esitato a radere al suolo anche la Domus Magna di quel Giovanni Bentivoglio che seppure fu Signore di Bologna, si era trasformato in tiranno? Così quando passate davanti ai resti della fortezza papale, sappiate che il castello che non c’è, in realtà è il monumento invisibile al senso d’indipendenza, alla forza e alla perseveranza di questa città nella ricerca della libertà civile.

 

La foto è di Elisabetta Bignami

 

 

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