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Il figlio di Fultz

Silvana R. ci scrive:

“Fedeli alla consuetudine cantata da Guccini anche noi festeggiamo il compleanno di mia madre di domenica. Quando ha compiuto ottanta anni siamo andate fuori a pranzo, noi due sole. Di ritorno verso casa, con calma, ci siamo fermate a prendere un gelato.

La baracchina ha un maxischermo, c’è una partita di basket che alcune persone seguono seduti ai tavoli. Io non guardo ma ascolto la voce del telecronista che nomina Fultz.

-Si, è chi è, il figlio di John Fultz ?-, commento.

-Si-, risponde qualcuno dal tavolino dietro al nostro.

Mi giro, è una ragazza con un bambino piccolo che sale e scende dalla sedia con il gelato in mano. -Ma dai, l’ho detto come battuta e invece è davvero il figlio?!-, esclamo. L’espressione di mia madre è un eloquente mi adeguo ma non capisco. Le spiego che Fultz era un giocatore di basket di quando ero in prima media. Avevo undici anni e il suo poster attaccato con lo scotch alla parete della sala/angolo scrivania di giorno e camera da letto di notte. Ma questo lei non lo ricorda.

Mi volto e comunico le stesse informazioni alla ragazza:

-Avevo il suo poster, tifavo Norda e Synudine

-Questo Fultz invece gioca nell’altra squadra-, mi informa.

E qui sta il nocciolo della faccenda. Quale squadra. Non capisco niente di basket come non ne sapevo niente all’epoca, ma sono di Bologna ed ivi residente dalla nascita, che significa avere respirato un’aria intrisa di Guccini e Dalla, osterie di fuori e dentro porta, e tifo cestistico diviso in due fazioni: Virtus e Fortitudo. Anche chi come me era fuori dal mondo sportivo e non sapeva a quale squadra appartenessero gli sponsor, era coinvolto suo malgrado. John Fultz era famoso e bello con la sua fascia in fronte sui capelli lunghi, solo per questo mi ero procurata il poster. -Quanti anni avrà ?-, domando non so bene a chi. Raccoglie la ragazza dietro, che dà una voce a uno davanti al maxischermo:

-Paolo, quanti anni avrà Fultz senior?-

-Settanta-, lancio io. Paolo si gira di tre quarti sulla sedia:

-Noo, non li ha settant’anni. Vediamo, io ne ho quarantasette e … Penso che sta partendo il conto degli anni che fa Cristina con la frase Quando mia sorella ha cambiato la mobilia, presa a prestito da Il poeta e il contadino, trasmissione televisiva con Cochi e Renato degli anni ’70. Se capita di chiederci quando è successo cosa e abbiamo bisogno di fissare un punto di riferimento cronologico, usiamo lo storico tormentone. Da lì parte il delirio di ricordi incerti, luoghi e date sfocati, ricostruzioni lacunose, fino alla resa finale del condizionale: “Dovrebbe essere successo circa quasi o giù di lì” -Dovrebbe avere sessantacinque anni-, conclude Paolo -Certo che Fultz, son bei ricordi-, dice il suo amico accanto.

Come, ricordi. Sembra coetaneo di Paolo, e se ha più o meno quarantasette anni è sottinteso che non può ricordarsi di John Fultz, la cui stagione a Bologna è finita nel settantaquattro. All’epoca l’amico di Paolo frequentava l’asilo e forse neppure. E i ricordi presuppongono un io c’ero consapevole. Al limite, per correttezza, si può premettere di ricordare cose viste e narrate da altri, o speciali televisivi degli archivi Rai mandati in onda a distanza di anni. Altrimenti si tratta di falsi ricordi, ed io sono molto cauta a riguardo. Hai sentito tanto parlare di John Fultz che credi di ricordarlo o c’eri mentre lui era in campo? E’ differente. E fatti due conti, la seconda versione è impossibile.

Confondere ricordi con falsi ricordi mi irrita, come quando mia madre mette in dubbio episodi di storia familiare.

-Non ricordi ?-, mi capita di chiederle

-No-, risponde, -chi te l’ha raccontato ?-

Nessuno, insisto , tu c’eri e anch’io”.

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