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“Il figlio” di Philipp Meyer, uno dei libri più forti di sempre

“Il figlio” di Philipp Meyer, uno dei libri più forti di sempre.

La storia, in primis. La storia è la storia di un bambino. Un bambino che è un figlio. Un bambino che è un figlio ed ha un fratello. Un bambino che è un figlio ha un fratello, una sorella una mamma ed un babbo. Un bambino che è, che ha, tutte quelle persone lì, ma è anche un bambino rapito. Un bambino rapito, un giovane guerriero, un giovane bambino rapito guerriero e poi un giovane bambino rapito guerriero e ritrovato.

E poi un vecchio sanguinoso. Che ha un figlio e una figlia. E anche questo, pur diverso dall’altro, bambino, uomo desolato, ha un bambino, avrà un figlio.

All’intorno, vicino, un paese, IL paese, che nasce. All’intorno, ma lontano, un paese, IL paese, che è già nato, ma sta crescendo.

Bello. Duro. Gli ampi spazi. Le grandi storie. La grande Storia. La libertà. L’essersela lasciata dietro, la libertà.  Gli amici. Ed i nemici. La famiglia. Le famiglie. Famiglia accogliente. Famiglia serpente.

Grande. L’affresco. Il racconto. La scrittura ed il parlato. Da leggere, se vorrete. Tenendo conto. Tenendo conto che (vabbè,  esageriamo) fosse stato uno scrittore lo avrebbe scritto l’Orson Welles di Rosebud o Lou Reed di Walk on the wilde side, fossero stati un consorzio di scrittori lo avrebbero scritto i Pink Floyd di The dark side of the moon, fossero stati scrittori lo avrebbero scritto il Lucien Freud dei self o exhibition portrait o il Munch de l’Urlo o il Bacon del trittico di Papa Innocenzo X o ancora il Böcklin dell’Isola dei morti. Soprattutto, non fosse morto un centinaio di anni prima, avrebbe potuto scriverlo l’Oscar Wilde di Dorian Gray.

L’ho detto, ho esagerato. Volutamente esagerato. Volutamente? Esagerato?

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