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Il gaucho di Bolaño

Roberto Bolaño (nato nel 1953 e morto nel 2003, nel pieno della maturità e del divenire di una vita d’artista complicata dal sovrapporsi delle vicissitudini dell’esistenza ad una creatività inesauribile il tutto essendo mediato dagli stilemi della provocazione fiera e selvaggia, alla maniera di quell’avanguardia Dada e situazionista che amava tanto), di cui avevo letto “I detective selvaggi”, “Un romanzetto lumpen” e “La letteratura nazista in America” e famoso soprattutto per “Notturno cileno” inserito nella lista dei dieci migliori libri del 2003 dal Los Angeles Times Book Review e scelto da Susan Sontag come il libro dell’anno per Times Literary Supplement., non mi piace. O perlomeno, non è mai piaciuto. Poi, su suggerimento prezioso di Anna del GdL, mi è capitato di leggere questo “Il gaucho insostenibile” ed ho, parzialmente, cambiato idea. Probabilmente perché non di un romanzo si tratta, ma di una serie di cinque racconti, cosa che avvalora la mia convinzione. E cioè che Bolaño sia un ottimo scrittore, ma che la sue capacità si enfatizzino soprattutto in quella che chiamerò scrittura breve, escamotage che utilizzo per differenziare il racconto dal romanzo. Questione di gusti, naturalmente, e di sensibilità, e di abitudine, e …

Mi conforta, nella mia idea, quello che la critica dice del rimpianto scrittore argentino chiamandolo “… il malizioso erede di Borges, dove la malizia si comprende nella indefinibile ironia che non abbandona mai e respinge lontano, con le soluzioni narrative anarchiche e improvvise, ogni classificazione. E l’eredità consiste nel rovistare in esistenze banalissime, segnate dalla vena di bizzarria che a nessuna manca, elevandole ad avventure movimentate, arabeschi del fato, cercando verità che nessuno trova, forse inesistenti, e in cui nessuno crede trasmettendo un senso di complicità tra il personaggio lo scrittore e il lettore intorno a una finzione risaputa e celata: il narrare …”.

E d’altronde come non essere d’accordo con queste parole nel leggere la storia dell’americano più triste del mondo incontrato su un marciapiede di Città del Messico e dell’ultimo pomeriggio passato con lui o l’affresco della vita dell’anziano, disilluso ed incompreso avvocato argentino che, nel pieno della crisi finanziaria del suo paese, si reinventa improbabile gaucho nell’immensità della pampa, sperando forse di fermare il tempo del declino, o ancora l’ironica parodia di Kafka, ma inappuntabile noir, in cui si narra dell’inchiesta di un detective su un killer seriale che agisce nel mondo dei topi di fogna, o il viaggio che un mediocre scrittore argentino, inopinatamente baciato dal successo, fa a Parigi alla recherche del regista che nei suoi film lo plagia trovando nel viaggio in sé, se non un motivo alla sua ricerca, una inaspettata felicità.

Più di questi, però, a dare il senso ultimo dell’opera di Bolaño, sono piuttosto i testi delle due conferenze che completano il volume dello stesso scrittore argentino: la prima di radicale pessimismo e incantevole nostalgia, sul sesso, i libri e il viaggiare, le tre inutili passioni dominanti la sua vita; e la seconda, polemica e iconoclasta, sulla leggibilità come categoria di giudizio supremamente futile in letteratura.

Tesi, antitesi e conclusioni da leggere, da pensare, da ripensare. E, se possibile, da applicare.

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