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Il giocattolo rabbioso

“… quando avevo quattordici anni venni introdotto alle gioie e ai dolori della letteratura picaresca da un vecchio ciabattino andaluso che aveva la sua bottega di calzolaio vicino a un negozio di ferramenta dalla facciata verde e bianca, nell’atrio di un’antica casa in calle Rivadavia tra le vie Sud America e Bolivia …”.

Gli incipit dei grandi romanzi d’avventura si somigliano un po’ tutti. Si parte con il ricordo della gioventù scomparsa, si fa seguito con un accenno a una persona cara o mitizzata per arrivare alla descrizione di un luogo anche desolato che si scoprirà però importante nel divenire della storia. Siano essi “La Ballata del mare salato” di Pratt (la mamma gitana di Gibraltar e l’Escondida, l’isola perduta tra i grandi flutti dei mari del sud), o “L’ultimo dei mohicani” di James Fenimore Cooper (la guerra dei 7 anni tra Francia e GranBretagna per la conquista del NordAmerica, e poi Natty Bumppo, detto Occhio-di-falco o la Longue Carabine e l’orazione funebre di Chingachgook, … grande spirito … un guerriero va veloce a te come una freccia lanciata nel sole … è Uncas mio figlio … dà a me una rapida morte perché essi sono tutti là meno uno, io Chingachgook, l’ultimo dei mohicani …) o “IL manoscritto trovato a Saragozza” di Jan Potocki (il ritrovamento di un manoscritto in spagnolo che dovrà essere tradotto in francese e le fanciulle che accolgono Alfonso nella locanda Venta Quemada) o ancora “L’isola del tesoro” di Stevenson (che tra il borgo marinaro di Black Hill Cove, il capitano Billy Bones, la locanda “L’ammiraglio Benbow”, il baule del capitano stesso, la mappa del tesoro e lui, Long John Silver in persona, è forse il romanzo di formazione, e sì, perché dietro ogni buon libro di avventura si nasconde un romanzo di formazione, più conosciuto, citato e plagiato). Anche romanzi non di pura avventura, ma che di formazione sono e quindi, per quanto espresso pocanzi all’avventura si possono apparentare, seguono lo stesso schema. Uno per tutti “La vita davanti a sé” di Romain Gary/Roman Kacew (“… venti anni prima di Pennac e degli scrittori dell’immigrazione araba, ecco la storia di Momo, ragazzino arabo nella banlieu di Belleville, accudito da una vecchia prostituta ebrea, Madame Rosa …) e naturalmente, gli esempi potrebbero continuare all’infinito, ognuno di noi avendo nel cuore, e nella mente, le proprie avventure, la propria formazione.

Anche questo “Il giocattolo rabbioso”, opera prima di Roberto Godofredo Christophersen Arlt (scrittore, drammaturgo e giornalista argentino di BuenosAires nato nel 1900 e morto nel 1942, un autore che la critica contemporanea ormai considera come uno dei fondatori della moderna letteratura argentina insieme ai ben più famosi Borges e Bioy Casares e che ha profondamente influenzato, oltre la cosiddetta generazione del boom, ad esempio Gabriel García Márquez, scrittori come Abelardo Castillo, Ricardo Piglia e Cesar Aira), scritto nel 1926 e ora riproposto da Theoria, appartiene, se non proprio dichiaratamente al filone d’avventura, a quello dei romanzi di formazione.

Nella Buenos Aires di inizio Novecento decadente e piena di riferimenti interculturali dovuti alle continue ondate di emigranti europei, Silvio Astier (quanto, ad esempio, di OliverTwist in lui …), il giovane protagonista del romanzo, fugge da scuola e, cavalcando il desiderio di intraprendere una propria personalissima scalata sociale, si troverà a vivere avventure borderline perennemente sul confine tra la gioiosa propensione alla delinquenza (e la fascinazione per un’improbabile vita da apache parigino), il bisogno inconscio di regole e strutture fondanti un proprio personalissimo ordine costituito (lla velleitaria utopia per un altrettanto improbabile carriera militare) e il faticoso perseguimento di una riconoscibilità sociale (“… c’è un momento nella vita di ogni bambino in cui il perimetro rassicurante entro cui vive viene abbandonato per avventurarsi nel mondo esterno. E in quel momento che l’infanzia finisce e spunta un primo germoglio di vita adulta. Un appetito di mondo sentito come terra selvaggia …”).

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