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Il mistero dei dipinti nascosti ovvero il deposito tra Belfagor e un Raffaello sconosciuto

Esistono concetti che espressi magari una volta sola e pertinenti ad una situazione allargano la loro esistenza e diventano, come si dice oggi, virali, e arrivano a identificare cose che sono ben lontane dal punto di partenza.

E’ una frase oscura? Cercherò di chiarirla: un giorno che si perde nel tempo e nello spazio, qualcuno a proposito di un museo ben definito (nessuno ricorda più quale) disse, magari a ragion veduta, il deposito del museo conserva il materiale più interessante che il visitatore non vedrà mai.

Questa frase ha funestato e funesta tuttora i direttori e i funzionari museali perché da quel luogo particolare è tracimata a definire tutti i musei e i depositi, almeno italiani. Come se i direttori di museo facessero parte di una setta di masochisti che tramano per negare al loro museo qualità e bellezza.

Capita che il turista occasionale, durante una visita guidata, se ne esca con la frase belle le opere ma chissà…chissà…cosa tenete dei depositi! esclamato con voce tonante e sorrisetti complici ai compagni di passeggiata.

Non si contano le telefonate degli studenti: vorrei fare una tesi sul museo però vorrei vedere le opere dei depositi.  E la voce tradisce l’impellente necessità di una scoperta che farà fare alla cultura occidentale un decisivo passo avanti.

E’ vero che a volte i depositi riservano sorprese, che un’opera considerata meno importante può essere rivalutata e giustamente attribuita magari ad un pittore di primo piano, che nuovi assetti critici possono portare a identificare quello che fino a quel momento era stato giudicato un dipinto poco interessante ma credetemi, più spesso di quanto pensiate, il deposito conserva opere conosciute, studiate e che a turno vengono esposte secondo un criterio di rotazione che ha necessità conservative e di offerta sempre nuova al visitatore oppure entrano a far parte di un percorso di mostra.

Com’è fatto il deposito di un museo? Al pari delle sale ha criteri di conservazione che hanno come elementi importanti la giusta umidità dell’aria e la schermatura dalla luce. I dipinti sono appesi in griglia, le sculture appoggiate in scaffale, i disegni in cassettiera orizzontale ed ogni opera  con il suo bravo cartellino che la numera. Vi si respira un’aria tranquilla perché molte opere sono rassegnate a non essere mai esposte: il ritratto settecentesco di qualche contessa dipinta da un nipote, pittore principiante che ne ha evidenziato il naso bitorzoluto, il paesaggio marino dell’allievo, di un allievo, di un allievo del grande artista a cui sono arrivati degli insegnamenti di quarta mano, una scena d’Arcadia con alcune pastorelle così sgraziate da far paura al gregge che custodiscono… insomma, una carrellata di opere modeste per le quali però ogni conservatore ha un pensiero pietoso e affettuoso.

Ogni tanto le va a trovare, le guarda, pulisce le cornici da un velo di polvere, porta dal restauratore una tela che si è un po’ allentata perché tutto, anche quello che grande opera non è, ha diritto ad essere conservato. Poi a volte accade di non aver tempo o denaro per tutto e allora, con pazienza le opere modeste dei depositi aspettano.

Non ci sono misteri degni di Belfagor, quello solo il Louvre se lo può permettere, e raramente appaiono dei Raffaello nascosti. Se qualche rumore arriva dalle griglie e dagli scaffali o trapela dalla cassettiera, non vi preoccupate è la contessa settecentesca che chiacchiera con le pastorelle, sono le onde che si frangono sulla spiaggia del paesaggio marino o stormi di angeli di lapis che, come passeri in un frutteto,  si alzano dai fogli da disegno stipati nei cassetti.

Non sono pazza, lo so che non è vero e che i rumori sono gli scricchioli del legno delle cornici o il vento che s’insinua da sotto le porte ma a me piace pensare che le opere dei depositi vivano una loro vita segreta che i dipinti in galleria, le star del museo, non possono permettersi perché sotto gli occhi di tutti, devono rimanere impassibili. E’ la loro segreta rivincita.

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Vademecum di sopravvivenza per storici dell’arte ovvero racconti semiseri di vita in un museo quando si è dall’altra parte della biglietteria