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Il Noir, Costantini a differenza degli altri

Un uomo è vecchio solo quando i rimpianti, in lui, superano i sogni

JOHN BARRYMORE

Se sei nato all’alba degli anni ’50 a Tripoli (quella dal “… bel suol d’amore …”). Se tua madre era una donna pervasa da uno spleen struggente, una bellezza composta e la pelle d’alabastro e tuo padre un faccendiere (faccendiere, non mafioso che a quella, la mafia, ci pensava il fratello rimasto nel paesello natio siciliano) bello come Clark Gable che intratteneva affari con Enrico Mattei e il colonnello Mu’Ammar Gheddafi, con la Democrazia Cristiana e con la C.I.A., con i servizi segreti e i palazzinari romani. Se hai trascorso l’infanzia e l’adolescenza passeggiando sul lungomare Alexander Spelt e facendo sport (nuoto e arti marziali soprattutto). Se la tua prima giovinezza è stata rabbiosa perché tradita ed umiliata. Se hai schifato il F.U.A.N., creduto in un OrdineNuovo e combattuto quello Nero. Se hai amato chi hai tradito e tradito chi hai amato. Se hai ucciso per amore e non hai ucciso per odio, se hai salvato vite per rispetto e giustizia, e salvando quelle vite hai salvato te stesso, allora sei Michele Balistreri.

Oppure, ma fatte salve le parentesi più avventurose e selvagge (ma forse anche no), sei Roberto Costantini, che di Michele Balistreri ha scritto le storie, belle e vive e avventurose e selvagge e che continuerà, per il nostro piacere, a scrivere perché un personaggio così, Michele Balistreri, non si trova facilmente né qui, in Italia, ma nemmeno altrove, in Europa o, perché no, nemmeno oltreoceano.

“Tu sei il male”, “Alle radici del male”, “Il male non dimentica” (la cosiddetta trilogia del male, primo incontro col giovane Michelino detto Mike), “La moglie perfetta” (che non è l’ultimo ma è come se lo fosse), “Ballando nel buio” (che molto spiega, specie dei tempi furiosi all’inizio degli anni ’70, quelli in cui la caccia al rosso a Roma, ma non solo, era uno sport praticato e protetto), “Da molto lontano” che potrebbe, dovrebbe (ma non lo sarà), segnare il punto d’arrivo di una saga bella e vitale, violenta e romantica, che tante domande impone, tanti dubbi lascia, tante certezze scardina, sono i titoli, ad ora, che compongono la saga del più sorprendentemente vero investigatore della narrativa italiana.

Scordatevi i manierismi cui siete abituati. I romanzi di crime italiani, infatti, sono molto fedeli ai cliché: gli investigatori (se anche poliziotti inevitabilmente democratici) sono in genere colti e ascoltano musica, mangiano sempre molto e bene e disquisiscono di vini, sono malinconici e nobili d’animo, sono tristi e pomposamente malinconici o semplici idiot fortunati, hanno donne come loro complessate ma compiaciute e compiacenti allo stereotipo di buone e brave compagne e future madri perfette di figli che, va da sé, saranno irreprensibili, sono nevrotici, complessati, correttini ed improbabili (se paragonati a quelli veri che si potrebbero incontrare nella vita reale) tutti caratterizzati come sono dalle occhiatine ed ammiccamenti degli autori e che si rifanno all’immagine dell’italiano magari svantaggiato nel fisico o dalle possibilità, ma arguto, furbo e fortunato (si va dal maresciallo Rocca del Proietti televisivo all’avvocato Guerrieri di Carofiglio, dal SartiAntonio di Macchiavelli al Coliandro di Lucarelli, dal commissario Bordelli di Vichi, al Soneri di Varesi o all’investigatore BacciPagano di Morchio, dal commissario Arrigoni di Crapanzano all’ispettore Ferraro di Biondillo, dal Monterossi di Robecchi al tappezziere Consonni di Recami, dal Ricciardi di DeGiovanni, al BustianuSatta di Fois, da LorenzoLaMarca e il comandante Spotorno di Piazzese, al P.M. Lenzi di Gangemi, da Primo Terzi detto Terzo di Flamini al Percalli di Saint Just di DeCataldo per finire, il più falso, con il Vicequestore Schiavone di Manzini: fanno eccezione alcuni personaggi fortunati o fortunosi, il commissario DeLuca di Lucarelli, il private eye Duca Lamberti di Scerbanenco e il commissario Mordenti del gruppo de Les Italiens, che però operano a Parigi, di Pandiani, il Fabio Montale di Izzo, naturalmente, il Montalbano di Camilleri tra i primi, l’Alligatore di Carlotto tra i secondi).

Balistreri a differenza di tutti gli altri, no; lui è stronzo, uno stronzo vero, fascista, maschista, bastardo, realmente anticonvenzionale e scorretto (“… diffidate dei cattolici, figli miei. Una religione fondata sul risentimento, sulla cattiva coscienza, sul pentimento. Diffidate della morale dei deboli che allontana dalla gioia della vita …”). E tutto (semplificando, ovvio) senza scusanti, solo per scelta e consapevolezza (citando il suo amato Nietzche “… chi lotta con i mostri, deve guardarsi dal diventare, così facendo, un mostro. Ma, se scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te …”): lontanissimo quindi dalla stereotipa caricatura da italiano medio comune per certi versi, chi più chi meno, a tutti i personaggi citati poc’anzi (anche se, in realtà e invidiosamente, uno stereotipo in Balistreri esiste: incontra e ha a che fare solo con donne bellissime: un cliché certo ma talmente funzionale da confermare l’assunto “…quando l’archetipo irrompe senza decenza, si raggiungono profondità omeriche …”).

A questo punto, raccontare sei romanzi da circa 600 pagine l’uno (tranquilli, ognuno si legge in un paio di giorni: se inizi non puoi smettere di leggere) sarebbe impossibile, impossibile e inutile, impossibile, inutile e di una cattiveria infinita nei confronti di chi vorrà, fidandosi, iniziarne la lettura.

Mi rifarò allora a Luca D’Andrea quando su Repubblica, parlando di tutt’altro, analizza i due generi, giungendo alla conclusione che “… il noir non può esistere senza uno spaccato di critica sociale, il thriller, puntando più sul lato fiction, può esulare da ogni tipo di analisi senza che questo ne sminuisca il valore … laddove le due cose riescono a unirsi, ci troviamo di fronte a un grande libro …”.

Ecco, se questo è vero, allora ci troviamo senz’altro di fronte a sei grandi romanzi. E ad un grande autore.

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