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Come spesso succede, è da una fascinazione, un rimando, la sensazione del momento che nascono percorsi mentali simbiotici per cui, basta un input anche minimale, al primo pensiero se ne aggiunge subito un’altro e poi un’altro ancora e così via fino a quando un discorso, una visione non necessariamente conseguente allo spunto iniziale, si forma e persiste.

E così questa volta il processo di associazione scrittore-libro/pittore-quadro mi si è capovolta in mano (anche se, mi rendo conto, in mente sarebbe più appropriato).

E’ bastato, sfogliando MarieClaireMaison di febbraio, leggere della grande retrospettiva completa (“David Hockney”), che la TateBritain di Londra in collaborazione con il CentrePompidou di Parigi e TheMetropolitanMuseum di NewYork dedica, fino al 29 maggio, a, appunto, David Hockney, il prolifico artista ottantenne che da 50 anni riempie di sé, del proprio ego, delle proprie opere, l’immaginario artistico contemporaneo.

In realtà, e visto che di gioco di rimandi stiamo parlando, ciò che più mi ha colpito è stata la riproduzione su due pagine di una sua celeberrima opera che funge anche da manifesto dell’evento, il “Portrait of an artist (Pool with Two Figures”) che ritrae un uomo, che si intravede giovane e bello, nuotare in piscina mentre un altro giovane uomo altrettanto attraente, lo guarda in piedi sul bordo; sullo sfondo, una teoria all’apparenza infinita di vallate e colline boscose inquadra la scena regalando un vago senso di inquietudine che cozza così tanto con la solarità nitida e definita indotta dalla pastosità della palette di colori utilizzata. Un qualcosa di simile a ciò che accade soffermandosi, se mi si passa l’ardito accostamento, sulla “Vergine delle rocce” (c’è bisogno di specificare di Leonardo? non credo) o sull’altrettanto sconvolgente “La tempesta” (del Giorgione, questa).

Continuando col gioco dei rimandi, poi, un altro motivo di attenzione è dovuto al fatto che il medesimo quadro l’ho visto riprodotto in un articolo sui premi assegnati dal “World Press Photo” contrapposto ad “Aenikkaeng(Henequèn” una fotografia del coreano/americano Michael Vince Kim. Una fotografia che, a non saperlo, scambieresti con un quadro di sicuro, e con un Hockney dimenticato e ritrovato con ogni probabilità.

E, visto che ormai siamo immersi nel gioco dei rimandi, immediatamente mi torna alla mente la copertina, illustrata da Gianluigi Toccafondo, di un piccolo libro che ho amato molto, un piccolo libro (ma che libro) che è una raccolta (mini raccolta, in realtà sono solo tre) di racconti di John Cheever: “Il nuotatore” (ed ecco che, arrivando a parlare di libri, il cerchio, così come il rincorrersi dei rimandi, si chiude).

Nel racconto che da il titolo alla raccolta, “Il nuotatore” appunto, Cheever fa propri i pensieri del suo protagonista: “… il sentirsi avvolto e sostenuto da quell’acqua verdognola gli sembrava non tanto un piacere quanto un ritorno ad una condizione naturale …” e chi, come me, ama profondamente l’acqua, il suo saperti avvolgere, avvolgere e proteggere, avvolgere e proteggere e confortare, sa di cosa sta parlando l’autore. “Il nuotatore”, però, è anche e soprattutto “… la storia di un uomo che si avvicina alla fine della vita nuotando di piscina in piscina verso casa; è un film con Burt Lancaster (“Un uomo a nudo”, e chi altri poteva esserne l’interprete se, tra una piscina e l’altra, tra un bacio ed una stretta di mano, il protagonista  « … giunto all’altra estremità della piscina, passò accanto ai Tomlinson con uno sfolgorante sorriso …» quello stesso sfolgorante sorriso che abbiamo imparato ad amare in decine di film dolenti e solitari sul circo, in decine di film di guerra eroici e virili, in decine di western ironici e malinconici); è una finestra sul un mondo ormai scomparso quando NewYork risplendeva ancora della luce del fiume, quando si sentiva il quartetto di Benny Goodman alla radio della cartoleria all’angolo, quando quasi tutti portavano il cappello; è uno spot pubblicitario della Levi’s; è un bellissimo racconto dell’antologia “The stories of John Cheever” che valse all’autore il Pulitzer nel 1978 …”.

Il filo conduttore che unisce i tre racconti contenuti nella raccolta, “Il nuotatore”, appunto, e poi “Un giorno qualsiasi” e “Una radio straordinaria” infine, è l’ambientazione UpperClass, una UpperClass affranta (ne “Il nuotatore”) dalla faticosa noia del vivere «… era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: “Ho bevuto troppo ieri sera” … “ho bevuto troppo” gemeva Donald Westerhazy. “tutti abbiamo bevuto troppo”, gli faceva eco Lucinda Merrill. “dev’essere stato il vino” osservava Helen Westerhazy, “ne ho bevuto troppo di quel vino rosso” … », con le caraffe di Martini sempre a portata di mano e le piscine delle maestose ville dei vecchi e nuovi ricchi a disposizione per tentare, come farà il protagonista Ned Merrill di attraversare la contea a nuoto nel tornare a casa. Ma è anche la UpperClass confusa (“Un giorno qualsiasi”), da una lunga settimana in campagna, dalla ricerca di vecchie case coloniche da ristrutturare, dalla caccia ai procioni, e dal confronto con una servitù cosmopolita e sconosciuta (bambinaie irlandesi, giardinieri balcanici, cameriere francesi) dalle quali continuerà a sentirsi divisa da un abisso di cultura, sensibilità, emozioni diverse. Una UpperClass che solo nell’ultimo dei tre racconti (“Una radio straordinaria”) diventa MiddleClass, ma con ambizioni da Upper con tutti quei conti da pagare per arazzi, feste, dimostrazioni esteriori di un benessere economico per ora solo vagheggiato e soprattutto di quella radio da 400$ che si tramuterà come per magia, ma una magia nera e malvagia per quanto veritiera e svelatrice, nell’amplificatore (di nome e di fatto) di tutti i malesseri pettegolezzi malevolenze del circondario.

La scrittura, paradossalmente, è piana, concisa, violenta, quasi, nella propria secchezza. Non a caso, Cheever fu compagno alcoolico e per certi versi maestro di Raymond Carver nei brevi e leggendari incontri che ebbero.

Il minimalismo è infatti parte integrante della sua scrittura, e non solo per la predilezione per il racconto come forma d’espressione.

Personaggio, ambiguo e affascinante, dispotico e fragilissimo, «…  Cheever è stato un uomo con u n rasoio in mano che ha usato la lama per confessarsi  e conoscersi. Un provinciale nato nel 1912 a Quincy, Massachussets, un autore che non si è mai sentito all’altezza dei salotti borghesi di NewYork, un bisessuale che in pubblico disprezzava gli omosessuali, un marito che non ha mai messo in discussione il suo matrimonio  ma neanche la sua fame di uomini e donne,  un alcolizzato, un autore del NewYorker assalito dal dubbio di essere uno scrittore mediocre …».

Una descrizione forte, ma d’altronde, di se medesimo, lui stesso diceva: «… per cercare di ristorare una parvenza di scopo e bellezza finisci col bere troppi cocktail, col parlare troppo, col fare visita alla moglie di qualcuno, col fare qualcosa di stupido e osceno e il mattino dopo desideri essere morto …».

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