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Il partito dei candidati a tutto

Alla fine magari non succederà niente. Magari prevarrà la realpolitik: primarie o caminetto. Ma la nonchalance con la quale il Pd – i dirigenti del Pd –  hanno preso la possibile candidatura di Elisabetta Gualmini come sindaco di Bologna è davvero stupefacente. L’ennesima dimostrazione del vecchio adagio che dice che gli elettori sono buoni solo il giorno delle urne. Dal giorno dopo via con i balletti, da un posto all’altro, dimissioni, nuove elezioni, senza mai rispettare gli impegni presi con gli elettori. Mi chiedo (e chiedo) è politicamente etico chiedere i voti per un incarico, per un posto, per un seggio e poi abbandonarlo a piacere ?

L’onorevole Elisabetta Gualmini si è già dimessa un anno prima della scadenza del suo incarico da vicepresidente della Regione (non uno strapuntino) per candidarsi nel maggio del 2019 al Parlamento Europeo. Adesso, dopo un anno pur sentendosi un po’ in imbarazzo è già pronta a cambiare (“Onorata che i dem pensino a me”). Si capisce che scalpita, anche se dice di avere degli scrupoli di coscienza, per diventare la prima sindaca di Bologna. Ma dal partito non c’è uno che abbia alzato un dito per ricordare gli impegni presi. Sono tutti indispensabili, sono tutti delle risorse. Uniche. Per gli elettori emiliano-romagnoli poi la storia è davvero buffa. Evidentemente lo “zoccolo duro”, quelli che hanno consentito alla sinistra di vincere tante volte e ultimamente di non soccombere al salvinismo montante, se lo merita. Dei quattro eletti a Bruxelles coi voti degli emiliano-romagnoli la situazione sarebbe questa: Calenda appena eletto grazie ai voti del Pd, è uscito dal partito e ha fondato il suo movimento. Poi la Gualmini che “se me lo chiedono non rifiuto una candidatura a sindaco di Bologna”. Terzo De Castro, l’unico che continua a fare, bene, il suo lavoro, rimane al suo posto ma non è certo il referente dell’Emilia Romagna avendo un ruolo nazionale per quanto riguarda l’agricoltura. Infine, quarta, Alessandra Moretti, la campionessa mondiale nel campionato dei candidati a tutto. Riassumo per chi avesse qualche amnesia i recenti balzi di poltrona dell’onorevole: 2013, portavoce di Bersani, si candida e viene eletta nel parlamento Italiano; nel 2014 con Renzi si candida capolista alle Europee nella nostra Circoscrizione; nel 2014 si candida e vince le primarie per la presidenza del Veneto; nel 2015 si dimette dal parlamento Europeo perde con Zaia e viene eletta consigliere regionale del Veneto dove si fa vedere raramente (25 presenze su 90); nel 2019 si candida alle elezioni europee e viene eletta. Di nuovo.

E agli elettori emiliani che per questi quattro signori si sono prodigati a suon di preferenze chi ci pensa? E’ vero che qualcuno potrebbe dire che non ne sentiremo la mancanza e che uno vale l’altro, però…Se per caso l’onorevole Gualmini decidesse di correre per palazzo d’Accursio e se fosse eletta, l’Emilia-Romagna a Bruxelles non avrebbe più nessun rappresentante: Calenda non è più nel Partito Democratico (anzi gioca contro), di De Castro abbiamo detto, la Moretti è veneta. Il primo dei non eletti, Achille Variati, è sottosegretario nel governo Conte, è vicentino e forse rimarrebbe al Viminale. La sesta è Laura Puppato, pure lei veneta. Una persona normale riassumerebbe tutto questo in una frase: cari elettori emiliani i vostri voti li abbiamo messi nel cestino. Un dirigente del Pd invece ci spiegherebbe che Elisabetta Gualmini è una risorsa, che ha grandi competenze e grande esperienza, che sarebbe il primo sindaco donna, eccetera… Tutto vero: nel 2014 aveva grandi competenze per la fare la vice in Regione; nel 2019 aveva grandi competenze per fare la parlamentare europea; nel 2021 avrà grandi competenze come sindaca. Competente in tutto. E pensare che nel dicembre del ’14, il giorno prima di essere chiamata dal presidente Bonaccini come sua vice in giunta, ai giornalisti che chiedevano delucidazioni, un po’ irritata rispondeva: “Il mio posto è all’Istituto Cattaneo”. Del resto il cambiamento non la spaventa: nel 2018 passò da Renzi a Zingaretti nel volgere di una notte. L’ha spiegato lei stessa al Foglio: “Perché mai una turborenziana come me  dovrebbe sostenere Nicola Zingaretti? Sono forse impazzita? Direi di no, in fondo mi pare di essere una personcina piuttosto razionale e poco incline a colpi di testa. Ma il 4 marzo 2018 (il giorno delle elezioni politiche, ndr) è successo qualcosa di dirompente…”.

Per la candidatura a palazzo d’Accursio non c’è nulla di dirompente (tranne la  sua legittima ambizione), ma forse oltre alle aspirazioni personali di Elisabetta Gualmini ci sono altri conti da regolare come ultimo atto della guerra Zingaretti-Bonaccini che non è finita con la vittoria del primo nel giorno del referendum, delle regionali e della tenuta del Pd il 20 settembre scorso. Anzi, continua quasi quotidianamente con il presidente Bonaccini che punzecchia il segretario e il Governo ad ogni piè sospinto. E potrebbe continuare, con altre armi e altri campioni, proprio sotto le Due Torri. Se ci pensate le primarie Lepore-Gualmini sarebbero una nuova puntata del match Zingaretti-Bonaccini.

Auguri.

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