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Il poliedrico talento di Giorgia

Pianista pluripremiata in tutto il mondo, dalla Carnegie Hall di New York alla Salle Cortot di Parigi, passando per il Giappone, la Cina, il Sudamerica e importanti sale italiane ed europee; musicista dal cuore grande che con passione si dedica alla didattica e ai progetti umanitari per portare la musica classica ai bambini e ai ragazzi meno fortunati, dalla Favela Rocinha di Rio de Janeiro, la più grande del Brasile al Myanmar, dove ha anche suonato il primo concerto di musica classica nella storia della nazione dopo la dittatura. La lista sarebbe ancora molto lunga e lo spazio troppo stretto per racchiudere tutto l’impegno, la profondità, il talento di Gloria, un talento che non si ferma solo al suo essere un’affermata, stimata, eccezionale musicista ma si estende e va a brillare in altri parti della sua vita, quelle legate alla sua umanità e alla sua nobile capacità di mettere al servizio di tutti, di offrire senza discriminazione, il suo prezioso dono. Un’arte, quella della musica, che travalica i confini, che universalmente unisce e arricchisce l’animo. Con il suo grande entusiasmo è riuscita a “bucare” lo schermo del pc che fisicamente ci ha divise, e a raccontarmi, emozionandomi, del suo lavoro, dei progetti, dei viaggi, della musica e di tutto ciò che essa veicola andando oltre la superficie.

Perché hai deciso di fare la musicista?

E’ iniziato tutto per caso. Una mia zia, unica appassionata di musica classica in famiglia, aveva un pianoforte, e quando compii due anni me ne regalò uno piccolo a coda, bianco e rosso. Stranamente, vista l’età, non cercai di distruggerlo o divorarlo! Lo suonavo male ma mia madre si accorse che avevo un legame particolare con questo strumento. Con il tempo, crescendo, mi inventai delle performance. Mettevo le bambole ad assistere, abbassavo le luci, facevo una specie di auditorio con i divani. E’ incredibile perché all’epoca non avevo mai visto dei concerti. La Rai li trasmetteva solo la notte tardi. Mia mamma non si è mai capacitata di come avessi avuto queste idee. L’episodio che poi segnò la svolta fu durante un corso di propedeutica musicale alla musica classica che iniziai a tre anni e mezzo con un’altra bambina mia vicina di casa. Due giovani maestre ci facevano cantare e suonare con tanti strumenti diversi. Questa mia vicina molto timida stava in un angolo e piangeva tutto il tempo. Io invece mi divertivo da pazzi. Sua mamma decise di ritirarla mentre io continuai. Un giorno una delle insegnanti disse a mia madre: “Questa bambina ha qualcosa di speciale”. Riconobbe in me delle capacità musicali, la predisposizione a suonare con facilità e ad avere un buon orecchio. Cominciai con lei lo studio del pianoforte. Imparare a leggere le note sul pentagramma fu una grande sfida. Penso che il talento sia una specie di dono che ci viene dato e noi dobbiamo innaffiarlo tutti i giorni per il bene del prossimo e per il nostro, esserne grati. E’ qualcosa che ci ritroviamo in tasca ma il punto è vederlo, capirlo, avere questo senso di gratitudine continuo. Sono certa che prima o poi andrà restituito. Quello che possiamo fare è avere un cuore buono e farlo vibrare nel senso giusto.

Quali sono state le difficoltà più grandi che hai incontrato nel costruire la tua carriera? 

E’ veramente molto particolare vivere nella dimensione dell’artista. Quando ero più piccolina ho attraversato tanti momenti difficili. Ho avuto un’infanzia fortunata, piena d’amore, ma non sono mancate anche tante sofferenze familiari. Durante la crescita seppur studiassi molto non ero certa che avrei fatto questo lavoro. Da adolescente avevo una rockband con alcuni amici, spesso pensavo che avrei preferito dedicarmi solo al rock che mi sembrava più divertente rispetto a studiare il repertorio pianistico per gli esami in Conservatorio. Se avessi seguito solo quella via, che ti porta ad avere un certo stile di vita col rischio di potersi smarrire, chissà cosa avrei fatto.Il costante impegno della musica classica, che ho talvolta anche odiato, mi ha però salvata.

Qual’è una routine quotidiana per te irrinunciabile che ti fa stare bene e ti aiuta con il tuo lavoro?

Da anni pratico la meditazione mattina e sera. Bevo acqua e limone appena mi sveglio e faccio il digiuno settimanale il mercoledì. Poi pratico yoga per venti minuti. Mi concentro sul respiro e faccio in modo che sia esso il mio maestro. La pratica quotidiana la dedico sempre a qualcuno visto che ho tante persone care che sono lontane. E’ l’unico appuntamento fisso che posso avere, tutto il resto è aleatorio.

Sta riscuotendo molto successo nelle scuole di musica di tutto il mondo il tuo “Creativity workshop” intitolato C# / SEE SHARP dedicato a giovani talenti delle arti dello spettacolo, dove utilizzi tecniche di yoga, di meditazione e respirazione per aiutarli a gestire lo stress da perfomance dal vivo e a rilassare la muscolatura dopo ore di pratica e studio allo strumento, nel caso dei musicisti. Da dov’è nata questa tua idea? 

La vita dell’artista è spesso un caos e trovare un equilibrio non è facile. Proprio grazie a tutte le esperienze che ho provato su me stessa, ho deciso di realizzare questo workshop di creatività basato sul respiro e sull’ascolto interiore e per alleviare lo stress psicofisico che questo lavoro comporta. Attraverso di esso vorrei sensibilizzare e diffondere una visione olistica dell’artista. Ho capito, ad esempio, come si può abbassare il battito cardiaco per gestire meglio l’ansia da prestazione. Vedo che i ragazzi e le ragazze a cui insegno nelle scuole sono spesso privi di questa consapevolezza. Il mio workshop vorrebbe dunque colmare un aspetto che ancora non è tenuto sufficientemente in considerazione e che va oltre l’insegnamento della tecnica che serve per saper suonare bene uno strumento. Ho iniziato con C# / See sharp in Svezia al Royal College poi nelle due Università in Sud Africa, dove insegno. A novembre ho portato questo progetto in molte Università degli Stati Uniti, poi adesso da poco in India e in Giappone. L’ho portato anche a Parigi e a Londra al Trinity College. 

Sei stata in India, nelle favelas in Brasile, in Africa, in Laos, in tanti paesi per sostenere, per regalare emozioni alle persone nelle condizioni più povere e disagiate. Quali sono le ultime esperienze che hai fatto?

A dicembre e gennaio scorso sono stata in India dove, tra i vari centri, ho visitato nel cuore del Bengala l’Università di Tagore. Ho fatto viaggi assurdi stando in macchina dalle 12 alle 18 ore. Questa Università è completamente immersa nella natura e si fanno le lezioni sotto gli alberi. Lì ho svolto uno studio sui canti dei Bāul, cantori mistici itineranti originari della zona. La loro tradizione è di consacrare la propria vita all’espressione dell’amore e della gioia attraverso la musica, la danza e il canto. La loro spiritualità si fonda su una filosofia dell’esperienza, fortemente legata al corpo. I cantori utilizzano nel sistema musicale una scala pentatonica che noi non usiamo. (I canti Bāul sono stati riconosciuti dall’Unesco nel 2005 tra i 43 capolavori del patrimonio orale e immateriale dell’umanità, ndr). Nel vasto repertorio Bāul è frequente ascoltare le liriche di tre grandi poeti bengalesi, tra cui Lalon Shah che fu di grande ispirazione per il poeta Rabindranath Tagore, il quale pubblicò molti dei suoi capolavori. Ho fatto una tournée dedicata ai canti e alle poesie di Tagore, basandomi sui Raga che nella musica classica indiana sono particolari strutture musicali per noi occidentali di difficile esecuzione. Queste musiche sono state tradotte, musicate e arrangiate dal francese Alain Daniélou, amico di Tagore, e principale diffusore della cultura indiana e orientale in occidente. Lui è vissuto in India negli anni ’30 per molto tempo ed è riuscito a trascrivere tutte queste musiche. Ha svolto un lavoro straordinario in un periodo in cui questi due mondi non si parlavano. Io ho avuto la fortuna di leggere gli spartiti tradotti da Daniélou. Sono stata a New York per portare avanti il progetto e ho lavorato con una cantante, Francesca Cassio, che ha dedicato tutta la sua vita all’etnomusicologia. Abbiamo studiato insieme tutti gli originali per capire come poterli rendere al meglio. Il risultato è stato molto bello. Per la prima volta questa esperienza mi ha portato ad immergermi come mai avevo fatto nella cultura indiana. 

In che modo la musica si intreccia con una dimensione più spirituale della vita? 

Un aspetto che ho studiato in questi anni è legato all’intonazione. Penso che quando l’intonazione è un po’ più bassa si arrivi ad una sorta di proporzione aurea, una dimensione che ti fa stare bene, ti “fa muovere” dentro e fuori. Per questo cerco sempre intonazioni delicate che non superino i 432 Hertz. Inoltre sono arrivata a un’altra consapevolezza: ho capito molto chiaramente che se ci si estranea completamente dal fatto tecnico della performance, seppur rimanga una parte fondamentale del nostro lavoro, alla fine il suono puro che vibra nell’aria simboleggia già di per sé la vita, la creazione; è quindi un atto di amore puro, nella sua più alta forma.

Ci sono molte ricerche che attestano quanto sia benefica la musica. Hai mai partecipato a progetti di questo tipo?

Mi è capitato di suonare al Genote centre of research di Salt Lake City (USA) nell’Auditorium della Utah Schools for the Deaf and Blind. Questo studio fa ricerca proprio sugli effetti benefici della musica su chi ha certe patologie come l’insonnia, il Parkinson e altre disabilità. Ho assistito ad esempio a quanto la musica abbia fatto stare meglio i bimbi sordomuti della scuola. Grazie a meccanismi avanzati e tecnologici sono riusciti ad ‘ascoltare’ la musica per la prima volta attraverso le vibrazioni amplificate e ad avere un’esperienza sensoriale pseudo-acustica. Alcuni erano in braccio ai genitori, alcuni si distendevano: erano tutti più rilassati. E’ immenso il potere benefico della musica. La vita mi ha dato il dono di poterla decifrare e di poterla regalare agli altri anche in modi diversi. Sto imparando molto da queste esperienze.

Hai collaborato con grande jazzisti. In un libro “Storie di vita, Jazz e Buddismo” (Esperia Edizioni) Herbie Hancock afferma: “Credo fermamente che chiunque voglia diventare un grande artista debba vivere con grande passione ed entusiasmo. Naturalmente, è necessario che un artista padroneggi i propri strumenti e le proprie tecniche, così come è necessario che pratichi e si eserciti. Ma come musicista, sento che oltre alla musica è soprattutto importante sviluppare la propria umanità”. Cosa ne pensi? 

Quando ascolti Hancock ti rendi conto dal modo in cui suona che è entrato in ogni cosa, ha aperto tutte le porte e ha avuto una crescita interiore incredibile. La musica salva la vita a chi la suona e a chi la ascolta. E’ una forma enorme di consapevolezza e responsabilità. Chi è molto sensibile spiritualmente mentre suona entra in una sorta di canalizzazione, ma allo stesso tempo non deve farsi travolgere e deve “essere sveglio e presente”, per se stesso e per chi ascolta.

Sei stata testimonial di un brand di moda “Es Givien” che ha lanciato il progetto #ilfashionbelloebuono per l’economia circolare e, appunto, la sostenibilità. Come si è sviluppata questa collaborazione?

Es Given detta ‘la linea del pensiero positivo’, e’ un brand di moda nato da tre sorelle, Nives, Gaia e Vivilla. Ho voluto aderire perché i valori che promuovono quali la qualità italiana, sostenibilità ed innovazione li sento anche miei. Il 22 novembre 2019 Es Given ha lanciato la prima edizione de #ilfashionbelloebuono a Palazzo Vecchio a Firenze. Io ho aperto con alcuni brani quella giornata dedicata al tema ‘rete di innovazione e sostenibilità per e con le nuove generazioni di giovani’. E’ stato un onore oltre che un piacere poter contribuire con il mio lavoro a progetti che ‘mettono in essere’ valori così veri ed importanti, oggi più che mai. 

Hai mai vissuto delle esperienze di discriminazione di genere? 

Sono sconcertata e ancora provo enorme sgomento per le ingiustizie che ci sono state nel campo dello spettacolo e non solo. Sono da poco tornata dall’India e non ci si può non accorgere di quale sia la reale condizione della donna in quel paese. E’ un luogo per certi versi molto sviluppato, per altri no. Ho partecipato nel marzo dell’anno scorso al progetto “Dafne”, un concerto al femminile contro la violenza sulle donne che si è tenuto in Veneto. Sono molto attiva in questo ambito e sono infinitamente grata alla vita per non aver vissuto nessuna forma grave di discriminazione. Purtroppo molte posizioni di potere sono in mano agli uomini ed è ancora molto forte la discriminazione che viviamo anche nel nostro paese. Se hai un bell’aspetto è molto facile che tu possa essere vittima di pregiudizi. Vorrei dire alle mie colleghe che vivono queste ingiustizie di essere forti e di non avere paura. 

C’è qualcosa che ti piace particolarmente suonare? 

Ho delle predilezioni che sono sicuramente la musica di Robert Schumann, tutta. Il mio ultimo disco è interamente dedicato a lui. E’ un compositore che mi parla profondamente. Su di lui ho fatto la tesi del Master che ho frequentato in Germania dedicandola alla sua capacità di criptografico. Schumann, come un menestrello, metteva dei segnali nei suoi brani inserendo delle note che corrispondono a delle lettere. Messe insieme potevano creare una parola o un messaggio o il ricordo di un tema. Se conosci il suo linguaggio sai che sta mandando un messaggio. Lo trovo molto romantico. Un altro compositore che amo tantissimo è Beethoven. La forza e l’energia che la sua musica esercita su chi suona e su chi ascolta è davvero incredibile. Il 2020 è il suo anno e dobbiamo ricordarlo ascoltando la sua musica il più possibile. La musica di Beethoven ha una struttura e una solidità tale da riuscire a cambiare positivamente il corso di una tua giornata.

Che brani che consiglieresti di ascoltare in questi giorni?

Assolutamente la musica di Beethoven, anche interpretata da qualcuno che abbia avuto gioia nel farlo come Friedrich Gulda. Consiglio l’Adagio dal Concerto in sol di Ravel eseguito da Arturo Benedetti Michelangeli. Oppure Chopin, per esempio I preludi nell’interpretazione controversa ed estrema di Ivo Pogorelich. E anche l’ascolto di una voce, che comunque essendo la voce umana non può che dare conforto ora, per esempio le 3 mélodies Op.85 di Gabriel Fauré. Per quanto riguarda il repertorio sinfonico tutto ciò che è diretto da Theodor Currentzis, che è energia pura. 

Per seguirla, sul sito www.gloriacampaner.com e profilo Instagram

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