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Nella lunga estate calda del 1972, al tempo della sfida Fisher/Spassky, il primo campionato del mondo di scacchi trasmesso in diretta TV che si giocò a Reykjavik tra l’11 luglio e il 3 settembre, avevo 16 anni e, sfruttando l’onda lunga dell’entusiasmo e della novità che spingeva chiunque a volersi cimentare negli scacchi credendo di esserne capace, giocavo, scommettendo, in spiaggia a Pescara in tornei improvvisati o sfide a tempo o anche in contemporanea, e furono i primi soldi che guadagnai.

Un aneddoto, questo sulla mia passata professione di scacchista, che riporta, pur nella sua diversità, a quello raccontato da Bogdanov (pseudonimo di Aleksandr AleksandroviČ Malinovskij, teorico dell’organizzazione politica del Movimento proletkul’t all’epoca della scuola di Capri che prevedeva la distruzione totale della vecchia cultura borghese a favore di una pura cultura proletaria) quando narrava come, avendo tentato di inventare un nuovo gioco, l’impresa si era rivelata più difficile del previsto (per quanti sforzi facesse, gli venivano in mente solo varianti degli scacchi e nulla di davvero diverso) tanto da fargli dichiarare che “… se il proprietario della scacchiera vuole stabilire nuove regole dev’essere in grado di pensarle, di organizzare un nuovo gioco. Allo stesso modo , se gli operai conquistano le fabbriche, ma non hanno una cultura per organizzarle, finiranno per dipendere dagli ingegneri e dai tecnici che già lavoravano per i vecchi proprietari, oppure ne imiteranno l’opera, con risultati peggiori, e così la pretesa rivoluzione non produrrà un reale cambiamento, se non in peggio …”.

Ed è proprio Bogdanov il protagonista di “Proletkult” di WuMing, romanzo corale di fantascienza storica o storia fantascientifica che dir si voglia che (prendendo spunto da “Stella rossa”, il romanzo di fantascienza marziana dello stesso Bogdanov che teorizzava, pura parabola empiriomonista, l’esistenza di una sola scienza, al di là delle tante specializzazioni che la complicano inutilmente, e come questa scienza coincida con il Socialismo).

Un racconto che, ritornando alle prove più convincenti del collettivo bolognese senza nome o dal nome interscambiabile, presenta diversi livelli di lettura possibili: da quello puramente storico fortemente connotato dalla presenza di personaggi, fatti, accadimenti, che hanno segnato profondamente la storia del XX secolo (dallo stesso Bogdanov autore di “Dall’Empiriomonismo alla tectologia” testo teoretico della piattaforma del gruppo Vpered riconosciuto come il testo più approfondito sull’organizzazione dell’agitazione e della propaganda al Bazarov che nel 1917 definiva i bolscevichi un partito di soldati e piccolo-borghesi, Lenin un impostore anarchico e il governo rivoluzionario una dittatura senza un briciolo di socialismo, al trio Trockij, Kamenev e Zinov’ev che denunciando lo strapotere del partito sui soviet, non si rendono conto, o non prendono in considerazione, di essere stati loro a costruire il partito ottenendo esattamente ciò per cui hanno lavorato: una gerarchia di militanti di professione, un partito-esercito, un ceto dirigente autoritario e conservatore) a quello più propriamente fiction (la visita dell’essere alieno, fautore e propugnatore delle utopie marziane) fino a quello di denuncia nei confronti di un dogma, quello stesso dogma in cui lo stesso Lenin, che era pur sempre e solo un politico e non certo un filosofo, non si accorse di aver trasformato il marxismo).

Ma, ancora, un racconto che al di là dell’apparente osticità dell’argomento si dipana, complesso ed affascinante, fino alla definizione della risposta alla domanda cardine Perché Abbiamo Fallito? Domanda alla quale, probabilmente, l’unica risposta davvero convincente non può che essere l’assunzione di una devastante verità: Abbiamo tutto … e non abbiamo niente.

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