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Il rapporto medico paziente nell’era della tecnologia

Circa 400 anni prima della nascita di Cristo, il primo documento scritto di medicina che ci è pervenuto lo si deve ad Ippocrate. Si tratta, in sostanza, di una sorta di giuramento che il medico si impegna a rispettare nei confronti del malato.

Questo documento si fonda, sostanzialmente, su due princìpi dell’etica medica: il primo, il principio di “beneficienza” (cioè l’obbligo di agire per il bene del malato); il secondo, il principio di “non maleficenza” (cioè l’obbligo di non arrecare danni al malato).

Trascorrono molti secoli, si aprono nuove prospettive di studio e di ricerca; clamorose scoperte avvengono nel campo della medicina; in particolare quella sull’origine delle infezioni puerperali, causa sino all’ora di un’ elevatissima mortalità delle partorienti (la febbre puerperale).

Inizia l’era delle vaccinazioni per merito degli studi di Louis Pasteur; si assiste, di conseguenza, ad una drastica riduzione della mortalità nelle terribili infezioni, come il vaiolo, al quale fanno seguito altri tipi di vaccinazione contro le infezioni letali o altamente invalidanti (come la poliomielite). Inizia così in maniera spettacolare l’epoca delle vaccinazioni di massa; di conseguenza, tante vite umane vengono salvate e continuano ad essere salvate (nonostante le inutili, dannose e ottuse polemiche dei nostri giorni sulle vaccinazioni!). Arriviamo così all’epoca della lotta contro le infezioni: la seconda guerra mondiale apre la strada ad una grandissima scoperta per opera di Sir Alexander Fleming: la terapia con la penicillina che salva milioni di esseri umani dalle infezioni batteri che causate da ferite, ulcerazioni, fratture ecc. contrastando così la vera e propria epidemia causata dalla seconda guerra mondiale

Frattanto la ricerca avanza prepotentemente e si estende all’area chirurgica: nel 1967 a Città del Capo, in Sud Africa, assistiamo al primo trapianto di cuore per merito del Prof. Christian Barnard, che dà impulso e sviluppo all’era dei trapianti di organi; contestualmente sorgono i reparti di terapia intensiva e di rianimazione che ben presto vedono questi reparti specialistici affollarsi di malati gravissimi, molti dei quali in stato di coma e mantenuti in vita artificialmente, grazie a sofisticate apparecchiature e alle capacità professionali di un personale tecnico-infermieristico altamente specializzato e dedicato espressamente a quella che possiamo definire una vera e propria missione.

Mentre avvengono queste trasformazioni sul piano tecnologico-organizzativo nell’assistenza di questi malati altamente critici, si apre e si sviluppa un ampio ed articolato dibattito (talora molto aspro!) che vede coinvolti il mondo della scienza, quello cattolico, l’opinione pubblica di ogni ceto, le associazioni laiche, i sindacati e le forze politiche.

Il tema principale viene a focalizzarsi sul problema etico della “sopravvivenza a tutti i costi”; un dilemma con molte sfaccettature ed implicazioni morali e religiose che turbano le coscienze dei cittadini e dell’opinione pubblica in generale. Il paradigma di questa problematica (vita/non vita?), diventa il “caso Englaro” e coinvolge in modo empatico tutta la società. Noi tutti conosciamo come è andata a finire!! Il coinvolgimento delle coscienze diventa perciò globalizzato; ogni persona sente, dentro di sé, un conflitto etico e nel proprio intimo si chiede: “se accadesse a me, cosa farei?; come si comporterebbero i miei figli, i miei genitori, le persone a me più vicine?”.

Al piano etico individuale si aggiungono anche le implicazioni medico-legali di non secondaria importanza che stimolano le Istituzioni ad attivarsi tanto è che vengono promulgate alcune leggi, ma il problema della “sopravvivenza a tutti i costi” rimane nelle coscienze della gente e sembra non avere mai una conclusione certa e definitiva.

Nel frattempo il progresso scientifico prosegue: si aprono nuovi campi di investigazione, sopraggiungono nuovi studi in aree come la genetica e la biologia molecolare.

Il medico, di fronte a queste complesse problematiche si trova come in un labirinto nel quale non riesce ad individuare una via di uscita, anche se continuano i tentativi in tutti i Paesi civilizzati di offrire risposte praticabili sul piano etico e legislativo.

Questo dilemma che presenta le tante sfaccettature prima accennate, turba le coscienze delle persone.

Certamente il problema di questi esseri umani costretti alla più tetra immobilità, anche se assistiti globalmente nei più moderni reparti di terapia intensiva e rianimazione, continua ad opprimere le nostre coscienze.

Illuminante, a questo proposito, un articolo di Adriano Sofri del 18 ottobre 2006 su “La Repubblica” che denominò questi esseri umani delle “vite sospese” che coinvolgono tutto un mondo che ruota intorno a loro.

 

Medicina moderna, seppure antica

 

Un po’ di respiro dopo il terribile, angoscioso quadro prima descritto delle “vite non vite”; torniamo perciò alla nostra realtà di vita di medici che, seguendo i canoni “dell’arte della medicina”, si occupano di malati sottoposti alla nostre cure le cui patologie offrono delle possibilità di cura e, quindi, di guarigione.

Bisogna perciò non trascurare i dettami della “medicina clinica”, la quale poggia i suoi fondamenti prioritariamente, con attenzione e con sommo raziocinio, sulla storia di un malato che si apre all’ascolto del medico con fiducia, serenità e speranza. Il medico dovrà avere la massima cura di scegliere ciò che nel racconto del paziente è importante, sfrondando quel racconto dai dettagli inutili e fuorvianti (ci vuole tempo, pazienza ed empatia!). Le parole divengono così lo strumento più efficace che il medico possiede per capire, interpretare e decidere quale strada percorrere per la migliore e più efficace strategia terapeutica della persona che si affida alle sue cure.

Quindi, le parole divengono un’arma potente che comunque bisogna sapere utilizzare con il massimo giudizio, con molta attenzione nella scelta delle stesse, con molta umanità nell’approccio alla persona malata.

Procedendo con tale metodo di investigazione potremo non solo fare il bene del malato ma anche (visti i tempi che corrono) risparmiare esami costosi e spesso inutili a vantaggio dei tempi di attesa e dei bilanci della sanità pubblica.

Infatti, a questo proposito, viene spesso raccomandato dai nostri amministratori che i medici prescrittori si attengano, nella scelta degli esami diagnostici, al criterio di appropriatezza. In tale maniera si potrebbero ridurre anche i tempi di attesa (spesso lunghi e stressanti), evitando così di dover ricorrere ai costi delle prestazioni della sanità privata. Questo problema delle liste di attesa è divenuto un punto cruciale del Servizio Sanitario che crea malumore, insoddisfazione e acredine da parte del cittadino nei confronti della Sanità pubblica in generale e dei suoi operatori, ai quali non si dovrebbe mai attribuire alcuna colpa per i lunghi tempi di attesa.

Probabilmente questa è la ragione per la quale “il patto non scritto tra medico e malato” in questi anni si è piano piano affievolito e sfilacciato, a causa della perdita delle relazioni umane che sono state soppiantate dalla commercializzazione della pratica medica, dalla crescita incontrollata delle richieste di esami diagnostici non giustificati da un quesito clinico definito ma, anche, dovute ad un eccesso di consumismo causato dal diffondersi della cosiddetta medicina difensivistica.

Tale problematica, soprattutto in questi anni recenti, è stata spesso all’attenzione del mondo della sanità, da parte di politici, amministratori, sindacati, associazioni di categoria, ecc ….

Nel frattempo si è sviluppata una crescente insoddisfazione degli utenti ed, in generale, nell’opinione pubblica (con le dovute differenze tra i diversi sistemi sanitari regionali, perché esistono differenti modi di gestire, organizzare ed amministrare i servizi sanitari).

Infine, non dobbiamo dimenticare che il progresso scientifico procede egualmente rivelando ogni giorno campi di esplorazione sino a non molti anni fa ancora da indagare. Così è cambiato anche il rapporto tra medico e malato che, con una bella espressione, può essere definito come: “quella particolare relazione che si instaura tra una persona ed un medico a partire da uno stato di malattia”, dimenticando, spesso, nella medicina moderna che “guarire è un arte”.

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