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Il Report sul basket ‘domenicale’

Settimana di risposte (o conferme) in casa Virtus e Fortitudo. E, non fosse che mancano ancora così tante giornate alla fine dei rispettivi campionati, anche di verdetti.

E se c’è poco da dire sulla Fortitudo che continua ad asfaltare gli avversari sia in casa che fuori (sono sette su sette le vittorie a volte squillanti a volte sudate fin ad ora) e che ormai ha incontrato, battendole come detto, tutte le migliori del suo girone (Montegranaro del rimpianto ex Amoroso esclusa), qualcosa in più si può argomentare su una Virtus finalmente vincente, in campionato che in Coppa il cammino, 5 su 5, è di quelli sontuosi, e che dimostra di poter fare a meno di due pedine chiave del progetto: due, sì, perché se del collante Martin se ne riparlerà tra un mesetto, il rientrante Quale non è ancora, non può esserlo, quello vero.

La Fortitudo allora, per iniziare. Battuta Piacenza con una prova autorevole in una serata in cui Hasbrouck non ne mette una nemmeno nei suoi momenti, cioè quando la partita non conta più nulla (e non a caso stavolta la partita è durata, eccome se è durata), dimostra il teorema caro a coach Martino: con una squadra così, e due americani veri, uno per la categoria ed uno in assoluto, i deresponsabilizzati quattro/americani/quattro degli anni passati possono dare il meglio di sé, senza spremersi, senza esagerare e, forse, riuscendo a mantenersi fino a fine stagione. Capita così che i migliori siano ancora Rosselli e Cinciarini, il primo rinfrancato dal ruolo ormai assodato di capobranco in attesa del miglior Mancio ed il secondo sollevato dalle responsabilità del quintetto. Con un sestetto così inutili sono, anche se a volte si sono dimostrati importantissimi, i rimanenti peones della panchina. Fossimo in chi di dovere (e non per tirargliela), si potrebbe cominciare a guardarsi intorno e stringere accordi per l’annata che verrà (di tutti questi al piano di sopra se ne potranno tenere due, tre al massimo) non vedendo come possano arrivare più delle 6, 7 o addirittura 8 sconfitte (nelle ultime tre annate chi ha vinto la stagione regolare lo ha fatto, appunto patendo 6, 8 e 7 sconfitte) che potrebbero garantire la vittoria nel girone e la conseguente scalata immediata.

La Virtus ora, che mostra garra, applicazione, voglia e buone individualità. Su tutti, a questo giro, un ritrovato, o forse solo trovato, Kravic, uno strepitoso Taylor che scherza tutti gli avversari che si trova di fronte ed il solito Aradori, dimagrito (ipse dixit) di ben 7 kili e perciò tanto più a suo agio sulle tavolette amiche, fin qui solo in salsa estera, del PalaDozza (questo l’unico vero tarlo che si insinua: tagliato fuori Punter dai suoi stessi precoci falli, ecco sorgere affiatamento e produttività negli altri due destinatari dei giochi d’attacco quasi che il team non sia in grado di supportare né sopportare i tre tenori contemporaneamente alla ribalta). Il ventello rifilato alla sorpresa Cantù (voce di critica) la dice lunga comunque sulla squadra che, se gioca da squadra, ne ha poche davanti (Milano, Venezia, forse Avellino e Sassari è alla pari). Il ruolino, fin qui, è in linea con gli obbiettivi, anzi in Europa si sono di certo superate le più rosee previsioni (cinque vittorie su cinque partite, di cui due in trasferta, dicono i tabellini: e se è vero che con otto vittorie si è praticamente certi del passaggio del turno, ma ne sono bastate anche sette, arrivare a nove, e chiudere ogni discorso, non sembra un’utopia mancando ancora nove partite e non sembrando irresistibile il parterre delle contendenti).

A occhio, ci sarà più da dannare per l’ingresso alla finale light di CoppaItalia, ma fossi io Mr.Zanetti, guarderei più all’Europa e ai playoff campionato. Magari provvedendo, per le serie finali, ad un innesto mirato.

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