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“Il responsabile delle risorse umane” di Abraham B.Yehoshua

Contemporaneamente a questo “Il responsabile delle risorse umane” leggevo, come spesso mi accade, altre cose, per l’esattezza tre libri. Il primo, un romanzo molto bello (vabbè, bello, non esageriamo), “La donna nella pioggia” di Marina Visentin, una sorta di giallo psicologico, almeno così definito dalla critica che però, secondo me, è tutt’altro e che consiglio vivamente in special modo alle lettrici. Un romanzo denso, storico e personale che, partendo dalla crisi depressiva da famigliola del  mulino bianco della protagonista arriva a raccontare con toni scarni ed accorati la immane tragedia dei desaparecidos argentini. Diviso in tre parti, rappresenta appunto tre fasi, seppur assai ravvicinate della vita della protagonista Stella ed al contempo … (ma questa è un’altra storia che, non siate impazienti, arriverà). Il secondo, una raccolta di articoli dell’autore della millenium trilogy Stieg Larsson (“La voce e la furia” di cui abbiamo parlato una decina di giorni fa), un compendio degli articoli scritti nel decennio o poco più che va dagli ultimi anni del secolo scorso alla sua morte e che più rappresentano la sua vena di giornalista d’assalto impegnato a svelare le trame nere, a volte nerissime, che intersecano l’internazionale dell’ultra destra a partire dai movimenti dell’area scandinava per arrivare alle connessioni con il revanscismo dei fascismi nel resto d’Europa con un occhio particolare alle connessioni, complicità e assistenze con l’italiana ForzaNuova. Infine, il terzo, il resoconto del processo ad Adolf Eichmann svoltosi a Gerusalemme nel 1961 e che qui viene rievocato in un’intervista all’autrice Hannah Arendt da parte di Joachim Fest sotto il titolo felice di “Eichmann o la banalità del male”.

Si capirà, o forse no, ma per me è stato così, come la lettura del romanzo di Abraham B.Yehoshua (“Il responsabile delle risorse umane”, appunto) sia stata vissuta prima come una presa in giro (uno scherzo mal riuscito), poi come una sensazione sgradevole che ha mutato la propria essenza in un fastidio sempre più aggressivo sfociato, in breve, in un sentimento di insofferenza totale, quasi la segnalazione ricevuta fosse stata un’offesa imperdonabile.

Esagero? Forse. Ma forse no. Colpa dello scrittore (o più facilmente della traduttrice Alessandra Shomroni) e del suo scrivere (o essere tradotto) semplice, piatto, incolore, inodore, insapore, uno scrivere avulso dalla realtà del comune parlare e che sfocia in dialoghi risibili (quando ad esempio il responsabile incontra il serpente, il giornalista che, scrivendo un articolo su una donna senza nome vittima di una strage, ha creato un caso nella azienda di cui il responsabile è, appunto, responsabile: “L’avverto … non si azzardi … stia attento a non pubblicare un’altra bastardata sul suo settimanale del cavolo …” – Ma perché se la prende? E che le importa del settimanale? Lo legge poi?” – “Mai. La prima cosa che faccio il venerdì mattina è buttarlo nella pattumiera senza nemmeno aprirlo.” – “ … mi creda però, si perde degli articoli interessanti. Proprio perché sappiamo che la maggior parte dei lettori non cerca sul nostro settimanale notizie fresche, ma solo annunci di appartamenti in vendita e di auto di seconda mano, di tanto in tanto ci permettiamo di pubblicare servizi sorprendenti …”) ma che comunque ben si adeguano ad una vicenda che pretendendo di farsi metafora di un mondo sospeso tra cruda realtà ed una sorta di insipiente irrealismo che si vorrebbe magico ingrigisce tristemente nel prosieguo della narrazione trovando una seppur minima parvenza di giustificazione nell’escamotage (seppur già visto, già letto, già digerito: Kafka e Pirandello occupano un posto di rilievo nella personalissima biblioteca di ognuno di noi) dell’anonimato dei personaggi (ci sono, oltre il protagonista responsabile delle risorse umane, il direttore, la console, il serpente, la rappresentante del ministero dell’immigrazione, il dirgente, il padre spazientito, il sergente,  …) contrapposto, in un impeto di afflato emozionale, al disvelamento del nome della vittima: “ … Julia Regajev, Julia Regajev – esclama d’un tratto una voce limpida nella stanza vuota – Julia Regajev, Julia Regajev – compiacendosi dolorosamente della morte di una bella donna, più anziana di lui, passatagli davanti senza che lui nemmeno si accorgesse del suo sorriso affascinante …”.

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