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Solitamente, ma naturalmente non di una regola immutabile si tratta, è il secondo romanzo quello che può risultare ostico per un autore che ha stupito al suo esordio.

Di Wajdi Mouawad avevamo letto, e consigliato, il bellissimo (oddio, bello è un aggettivo del tutto inappropriato per un romanzo sanguinosamente duro ed al contempo algidamente puro, scarnificato e scarnificante, urlato ed urtante, eppure intimo, racchiuso in se stesso e, per certi alienati versi, romantico) “Anima”.

Ma “Anima”, per la succitata regola non scritta e che come in questo caso viene prontamente disattesa, non era il primo romanzo dell’autore libano/canadese bensì il secondo, il primo essendo questo “Il volto ritrovato” (Fazi, 2017). Le storie, ed i loro divenire in primis, sono diversissime, distanti nella costruzione, e dissonanti nelle conclusioni con solo una insistita esegesi a fare da trait d’union, se non assimilando i plot tout court, almeno avvicinando l’assunto di partenza, il coté dell’ambientazione, l’humus dei sentimenti e delle ossessioni. Eppure, a ben vedere, l’universo di Mouawad è già tutto in questo suo primo romanzo: il trauma di una guerra indicibile, la ricerca di un’identità negata, la dolorosa lotta contro i fantasmi dell’infanzia, la necessità di raccontare, e raccontarsi, l’inconfessabile.

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