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“I’m mine”: il manuale del piccolo trentenne

11 settembre 2015, arrivano i 30 anni. Saranno uno spasso questi 30 anni – mi dicevo – un nuovo amore, finalmente un lavoro serio (sì ok, è part time, ma intanto), un gruppo di amici a cui affidarsi tutte quelle volte che l’amore ci abbraccia di dubbi, una specie di famiglia a molti chilometri di distanza ma perbacco, si è famiglia lo stesso. Festeggio, perbacco se festeggio.
Lista degli invitati: a quante persone voglio bene, ma bene bene bene? Lui sì per forza, lei beh sì lei è adorabile, lui c’è stato quella volta che, lei c’è stata quell’altra volta che. E lui? Ah lui sì, è il capolista. E lei? Eh, lei è la fidanzata di lui, che ci posso fare? E poi quelli del mio primo lavoro, e poi gli amici di sempre, e poi e poi e poi, siamo in 50. Vanno bene 50? Beh sì, se hai una porchetta utile a sfamare 50 persone direi che ci siamo. E il vino? È settembre, ci serve il vino. E allora l’amico pugliese sale in trasferta e porta 15 litri di vino da 14 gradi e il rosso della terra di Puglia ancora addosso. Basteranno? Ce li faremo bastare.

Evento su Facebook – e dove se no, compio 30 anni, sono una nativa digitale – organizzazione Filini. Da Bolzano a Castellana Grotte, da Milano a Modena, c’erano quasi tutti. Ho 30 anni, gli zii – mai invitati – rivendicano a gran voce il mio matrimonio, e 50 persone tra sposati e signorini che alle 20 di un venerdì sera sono in un parchetto bolognese con un panino e un bicchiere di vino. Siamo troppi? Perbacco no, l’affetto non è mai abbastanza.

Il giorno dopo di un venerdì da consacrare, ho guardato tutti i regali che nella boria della festa mi erano sfuggiti all’occhio. Un pacco di carta di giornale, lo scotch ramificato un po’ alla buona, un post-it con l’augurio e la firma. Un libro della Mazzantini. No, vi prego, la Mazzantini proprio no. Dobbiamo veramente star qui a perdere tempo con una che dà da vivere al marito? Ci ho provato anni fa con la Mazzantini ma no no, non è cosa mia. E allora perchè? Boh, sfoglio. E sfogliando l’occhio mi cade su questa frase qui: “c’è la mia vita fino a trent’anni. La guardo. Guardo quello che mi aspettavo ogni volta. Sono stata sola, ostaggio della mia volontà, mai all’altezza di niente, alla fine. Ballo nel buio. Sono malata d’incompletezza, di illusioni”.

Badabam! No allora, va bene tutto eh, va bene la nostalgia, va bene sentirsi impreparati ad accogliere ma davvero volete dirmi che i miei primi 30 anni di vita non mi hanno adeguatamente preparata alla felicità? Volete davvero dirmi che il mio primo trentennio di vita non è riuscito a impormi le giuste linee direttrici che al compimento dei 30 mi avrebbero portata al successo? Mica tanto – dico io – un lavoro, una persona che mi ami, un gruppo di amici a cui bussare, una famiglia che nonostante le assenze continua ad essere la prima istituzione che riconosciamo. Cosette, qualcosa per cui valga la pena vivere. No signori miei, non ci siamo. Cos’è questa tristezza? Cosa sta succedendo il mio primo giorno da trentenne? Ho davvero un carico di incompletezza così forte da non riuscire a rendere reale quel lavoro, quell’amore, quegli amici, quella famiglia?

Precari, ci chiamano precari. Oddio, a dirla tutta da qualche anno hanno cambiato registro. Ci hanno detto di tutto.
“Neet” che, per chi non lo sapesse, significa “not enganged in education, employment or training”, terribile insomma.
Ci hanno chiamati “Parasite single” o, come diceva l’ex Ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, “i bamboccioni” – e che tenero è stato.
Oppure ancora “Basement dweller” che, ohibò, suona quasi bene e invece fa schifo perché racconta di trentenni che passano il loro tempo nella casa genitoriale tra internet e poco altro.
Ora, il concetto è sempre pressochè lo stesso. La tristezza. Ci definiscono tristi e in crisi eppure reagiamo, viviamo o ancora meglio, sopravviviamo. Ci innamoriamo dell’idea assoluta dell’amore eterno, e spesso anche dell’uomo o della donna che ci capita di incontrare, a volte va bene, spesso va male. Lui o lei vanno via, perché non c’è una logica nei sentimenti e il volersi bene deve prevalere sul voler bene. “I’m mine” cantava Eddie Vedder nel 2002 e di quel bellissimo testo ci teniamo stretti quel “the ocean is full ’cause everyone’s crying/the full moon is looking for friends at high tide/the sorrow grows bigger when the sorrow’s denied/I only know my mind/I am mine”.

Però festeggiamo, nonostante tutto, con autoironia e profondissima dignità.

Ndr: il libro della Mazzantini è “Venuto al mondo”. Libro pazzesco, film parecchio meno pazzesco. Una bellissima storia in una Sarajevo bombardata e che mi ha fatto venir voglia di vivere altrimenti. Altrimenti da cosa? Eh, dal cuore. È chiaro, lo dice anche La Palice.

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