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In mare aperto

La piazza era piena quel giorno a Bologna, e c’ero anch’io. Potrebbe essere questo l’incipit giusto per descrivere quella che è stata a tutti gli effetti una giornata di mobilitazione campale: diecimila metri quadrati di piazza VIII Agosto riempiti all’inverosimile, con persone che arrivavano fin sotto i portici e nel limitrofo parco della Montagnola, tutte strette come sardine, come quarantamila sardine.

È stata una grande festa musicale, culturale, ma soprattutto civica, apogeo del Movimento nato proprio in questa stessa città, nella poco distante Piazza Maggiore, appena un paio di mesi fa. Le Sardine, per la prima volta, hanno deciso di fare le cose davvero in grande, con un evento totalmente autofinanziato e impreziosito dall’iniziativa “Sardina ospita Sardina”, in cui moltissimi residenti bolognesi hanno aperto le porte della propria casa a persone arrivate, nel vero senso della parola, da ogni parte d’Italia.

La piazza è quella che avevo già incontrato a Bologna la prima volta e a Roma la seconda, nella sua devastante e meravigliosa eterogeneità; ma forse oggi c’è qualcosa in più: un grido, una richiesta disperata, a pochi giorni dalle elezioni, di non lasciare tutto in mano a chi vuole umiliare, sotterrare, annientare la bellezza, il rispetto tra le persone, il senso stretto dell’accoglienza e tutto quello che rende l’Emilia-Romagna una regione modello per l’Italia intera.

“Bentornati in mare aperto”, recita la scritta sul maxi-schermo luminoso dal quale, nel corso del pomeriggio, andranno in onda diverse immagini dello show.

L’evento, iniziato con qualche minuto di ritardo rispetto alle 15, orario di partenza inizialmente previsto, è stato presentato da Leonardo Bianconi e Giulia Quadrelli, due ragazzi, anzi, due “regaz”, attivi nel progetto “NarrandoBo”, laboratorio teatral-musicale nel quale si alternano artisti con l’intento di raccontare, attraverso forme d’arte varie, l’unicità e la bellezza del capoluogo emiliano.

Il primo artista a esibirsi è stato MaLaVoglia, giovane cantautore che ha firmato il nuovo inno delle Sardine, “6000 (siamo una voce)” e che ha eseguito il brano in una versione unplagged voce e chitarra. E poi via allo spettacolo vero e proprio, con un’alternanza di band, tra cui Le Altre di B, gruppo notissimo a Bologna e zone circostanti, i Joycut e i Rumba de Bodas. L’attrice Matilda De Angelis recita il testo di Com’è profondo il mare di Lucio Dalla, adottato a tutti gli effetti dal movimento delle Sardine come brano-simbolo, mentre Cristiana Dell’Anna porta sul palco un po’ della sua Napoli, leggendo ’O Mare, magnifica poesia di Eduardo De Filippo.

Fabrizio Barca e un bolognese d’adozione come Patrizio Roversi ci parlano di tutti quei territori costantemente ai margini, al sud dell’Italia, ma anche nell’insospettabile nord: aree depresse, forse persino un po’ dimenticate, ma luoghi assolutamente da riscoprire e da recuperare.

E poi ancora la testimonianza di Moussa e del suo viaggio impervio dal Benin e quella di Caterina, una ricercatrice, ritornata in Italia dopo anni di lontananza.

È un continuo via vai di personaggi, musicisti, attori, in un vortice artistico che sembra non avere fine: mentre si sta facendo buio, arriva persino un video-messaggio dell’intramontabile Francesco Guccini, un endorsment pubblico per le Sardine che, a suo dire, hanno avuto lo straordinario merito di ascoltare la voce di tutte quelle persone che sentivano fortissima l’esigenza di tornare a riempire le piazze.

Si ritorna alla musica, alla Bologna punk degli anni ’70 e ’80 con gli immancabili Skiantos, che, con Nevruz alla voce, riadattano il loro pezzo più famoso (una vera e propria cult song) Mi piaccion le sbarbine, nella più attuale Mi piaccion le sardine.

E tutti a cantare e a ballare, in un continuo oscillare di corpi che porta fino alle note della BandaBardò e dei Modena City Ramblers, che ci regalano l’immancabile Bella Ciao, nella

loro classica versione, mandando letteralmente in visibilio le quarantamila sardine della piazza.

La trovata del giorno, però è quella di Pif: cosa si sarà inventato questa volta il regista più funambolico del cinema italiano? Si presenta sul palco con la maglietta verde “Emilia-Romagna – Padania” e la vende alla cifra record di 173€, da devolvere a Mediterranea Saving Humans. Finanziare quindi chi salva i migranti con una maglietta della Lega: come la definirebbe lui, «un’operazione dadaista!».

C’è ancora spazio per tanta musica, con i Marlene Kuntz che regalano alle Sardine, una versione più soft di Bella Ciao, Vasco Brondi, l’acclamatissimo Willie Peyote, i Subsonica e gli Afterhours, il cui leader Manuel Agnelli legge le parole del nazista Goering, braccio destro di Hitler: «È facilissimo far scoppiare una guerra: basta spaventare la gente, imbottirla di paura finché non scoppia il fegato come un’oca, finché non si trasforma in odio irrazionale e sguaiato». E quindi commenta: «Io ci trovo qualche analogia, voi no?».

Da citare anche il bellissimo intervento di Concita De Gregorio, che porta sul palco una ragazza transessuale e la sua famiglia, una guida turistica di Roma immigrata in Italia dall’Africa e un uomo non vedente. Ognuno di loro, racconta la storia di uno degli altri due, in un costante e infinito scambio di empatie, di solidarizzazioni profonde, di messaggi lanciati con espressioni e pronunce diverse, ma portatori di unico comune denominatore: l’inclusività.

Dopo il bellissimo intervento del funambolo delle parole, Alessandro Bergonzoni e l’ultimo spazio musicale affidato a Marracash, arrivano finalmente sul palco loro, i fondatori del movimento, i generatori del Big Bang: «Ne è valsa la pena, siamo tornati a fare politica, i nostri cervelli non sono manipolabili e non lo saranno mai. Questa piazza è nata da un flash mob, voi avevate già capito prima degli osservatori politici. Torniamo a votare e a prendere posizione perché alle ultime elezioni c’è andato il 37% ed è anche colpa nostra. La vera forza di questo fenomeno non sono le piazze piene ma la capacità di mettere in relazione, tornare ad accettarci. Dove c’è aggregazione non c’è paura, dove c’è dialogo non c’è populismo. Oggi attraverso l’arte abbiamo fatto politica e la notizia è che se continuiamo così il populismo ha già perso» dice senza paura Mattia Santori.

Già, caro Mattia, speriamo tutti sia davvero così.

Alberto Rompianesi

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