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In mezzo agli alberi, improvvisando jazz

2016.08.07 - Tiriamo tardi 3All’Osteria della Fatica in Torleone mi ci portò la prima volta un professore scozzese della John Hopkins. Il nome non lo ricordo, ma chi lo ha conosciuto non può averlo dimenticato: capelli lunghi e rossi e barba rossa e lunga anch’essa, figura carismatica, gran bevitore di birra (che la birra ti sia fresca compagna anche lassù dove sei ora). Erano i tempi delle lezioni di Storia Del Teatro, di Claudio Meldolesi, di Franco Minganti e di Franco LaPolla e di tutti noi studentelli di grandi emozioni e belle speranze. La Fatica era allora frequentata quasi solo da studenti americani (bella forza, La John Hopkins è proprio lì dietro) e furono belle serate; loro ci insegnavano a bere tequila e noi rispondevamo con il vino che giusto allora cominciavamo a ri/conoscere (la birra era un terreno comune). Fu lì che conobbi Gilberto Baroni e poi, man mano, tutta la famiglia, mamma e babbo (da loro si mangiava la migliore cotoletta alla bolognese; il segreto sta nella spuma di parmigiano, quasi montato, e non nella fetta di un qualche formaggio come la propongono quasi ovunque) ed infine Marco il fratello. Con Gilberto una volta diventati amici, amici veri, furono vacanze e cazzate e serate, belle e condivise. Così la Fatica diventò quasi una seconda casa per me: ci andavo anche a studiare e a scrivere, il pomeriggio tardo o la sera presto, in quello che era diventato un po’ il mio ufficio (la gente veniva a cercarmi lì e lì mi lasciava i messaggi; deve essere un’abitudine, perché anni dopo succedeva la stessa cosa al Moretto …). La sera, poi, quando arrivavano i clienti e Gilberto cominciava a lavorare veramente, io mi mettevo a leggere le carte e la mano (ma solo alle ragazze …). Questa, però è un’altra storia, come è un’altra storia quella che vede i Baroni, dopo tante altre avventure vissute, inventare il ChetBaker (anche qui quante storie, incontri, musiche). Ma è proprio per questo, tutte queste storie che si accavallano nella presenza dei Baroni (Marco nella fattispecie), che mi sono spinto in Montagnola una sera di fine luglio.

Secondo tradizione (il ChetBaker è stato per anni, sulla falsariga di quelle francesi, l’unica vera cave in città, senza tante2016.08.07 - Tiriamo tardi 2 menate, gli artisti che sentono il fiato degli spettatori, i jazzisti che passano di lì una volta finito il loro compitino altrove per bere un bicchiere, mangiare qualcosa o anche solo per stare insieme, ridere, scherzare. E poi, perché no, una volta terminato il concerto in cartellone, ecco una bella jamsession, tutti insieme e “… chi vuol essere lieto, lieto sia …”) anche qui suonano jazz (tra gli altri si sono succeduti sul palco il solito Piero Odorici, sodale storico della famiglia, Roberto Rossi, Joe Magnanelli, Renato Chicco), il posto è fresco (tutto si svolge sotto gli alberi secolari e sulla grande pista rotonda che l’anno passato ospitava le grigliate di Cesare Marretti) e c’è/c’era la cucina del ChetBaked (derivazione lessicale dell’originale locale in San Carlo) mutuata sull’idea originale di Marretti stesso (menu a scelta di carne, pesce, vegetariano) a tenere compagnia.

In realtà, ormai siamo in agosto, tutto cambierà. Non sono previsti concerti in date prefissate ma nella miglior tradizione del Chet, gli amici non lasceranno solo Marco e quindi non sarà difficile trovarsi spettatori di una jamsession improvvisata e anche la cucina, perseguendo quest’ottica di disimpegno, si semplificherà (previste crescentine e sauté di cozze ….).

Considerando che la MontagnolaMusicClub sarà uno dei pochi, pochissimi spazi ancora aperti e godibili in agosto, mi sento di consigliare un luogo tutto sommato un po’ diverso dai soliti per tirare tardi ascoltando buona musica.

Stefano Righini

Stefano Righini
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