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In viaggio con Guccini verso Auschwitz

Auschwitz è la canzone, famosissima, scritta da Francesco Guccini nel 1966. Racconta dei forni crematori e dei “bambini dispersi nel vento”, racconta dei milioni di individui a cui era stata negata ogni radice umana soltanto perché ebrei. E’ una canzone che ha segnato una generazione. E’ una canzone che è una bandiera. E’ una canzone che non è morta. Anzi è vivissima, tanto che Auschwitz è diventata la meta del viaggio che “Francesco” (come lo chiamano a Bologna) ha fatto nel marzo del 2016 insieme al vescovo di Bologna, monsignor Matteo Zuppi e alla classe 2”B della Scuola Media Salvo d’Acquisto di Gaggio Montano con la loro professoressa, Raffaella Zuccari che è la moglie di Guccini.

Ne è nato “Son morto che ero bambino, Francesco Guccini va ad Auschwitz” un documentario di grande impatto emotivo ed educativo che è stato trasmesso su Rai Storia la sera del 27 gennaio, Giorno della Memoria e che verrà proiettato al Cinema Kursaal di Porretta Terme mercoledì 26 aprile alle ore 20.30.

Saranno presenti, oltre a Raffaella e Francesco, i registi Grignaffini e Conversano e monsignor Zuppi.

Raffaella Zuccari, che ringraziamo per la sensibilità e la generosità nei nostri confronti, ci ha scritto questa toccante testimonianza che pubblichiamo e che ci auguriamo possa essere l’inizio di una sua collaborazione con “Il Tiro”.

Riflessioni del dopo Auschwitz

Rievocare il viaggio in treno verso Auschwitz, quella che per molti è stata “un’esperienza ferroviaria priva di ritorno”, senza toccare le corde dell’emotività o della retorica autoreferenziale è estremamente difficile.

Quando sono partita, assieme ai miei alunni, avevo chiaro quale sarebbe stato il mio compito, chi sarei dovuta essere: qualcuno capace di essere sponda, o argine, al traboccare delle emozioni; una fonte autorevole, giacché la memoria chiede innanzi tutto verità, per la riflessione storica e critica e infine un essere umano nel quale avere fiducia, dal quale poter ripartire, per riuscire a mettere in parole l’indicibile, a riportare ordine dopo il disordine.

Non avevo minimamente messo in conto di quanto avrei avuto bisogno, io stessa, di figure disposte ad incarnare quelle che erano anche le MIE necessità: lo sguardo sempre in equilibrio dei due registi, Grignaffini e Conversano; la sicurezza espositiva di Michele Andreola, guida italiana nel lager; il calore umano, ma forse dovrei dire “divino”, di Matteo Zuppi. Nel luogo simbolo dell’insensatezza sono stati infatti i miei compagni di viaggio, i miei alunni, le varie professionalità incontrate a propormi, involontariamente, IL SENSO per resistere e risalire da quell’abisso di crudeltà.

Che cos’è Auschwitz? Che cos’è un lager? Qualcosa dinnanzi al quale, come annota nel suo Diario il poeta modenese Alberto Bertoni, “i pensieri sono fermi; non marciano, marciscono” perché esso è il luogo nel quale si cristallizzano tutte le domande irrisolte che la Shoah porta con sé, la più insistente delle quali è “cosa si può fare, di fronte a tutto questo? DOPO tutto questo”? Si deve raccontare. Nel mio caso specifico, si deve insegnare. Accompagnare questi ragazzi, metterli a conoscenza del mondo nei suoi aspetti peggiori, significa porre le basi di una società di persone consapevoli e responsabili.

Non sembri contraddittorio con quanto appena affermato: per me Auschwitz significava già da tempo un orrore “acquisito”, un tabù morale radicato. Il viaggio ha impresso per sempre, nella mia mente, il luogo geografico, il terribile squallore del cimitero più grande d’Europa – senza tombe! – ma il toccare con mano non ha aggiunto ulteriori certezze alla consapevolezza.

Ci avevano già pensato i miei insegnanti e la canzone di un certo cantautore a plasmare e marchiare la mia coscienza e poi un film, “Shindler List”, e alcuni libri: “Se questo è un uomo” di Primo Levi, il “Diario di Anne Franck”, “Gli scomparsi” di Daniel Mendelsohn e il graphic novel “Maus”, di Art Spiegelman. Voglio dire che le parole di un insegnante, al momento giusto, rafforzate e come inverate dalla sensibilità di uno scrittore, di un poeta, di un regista o di un disegnatore, possono essere perfettamente in grado, a mio giudizio, di ispirare una reazione assoluta o quantomeno di insinuare il dubbio o di fornire un antidoto alle fascinazioni pericolose, alla tentazione rappresentata dalle teorie razziste e populiste. Quindi Auschwitz come conferma, non tanto come rivelazione, soprattutto del fondamentale ruolo dell’Istituzione Scuola: quando ho chiesto a questi ragazzi di restituirmi quanto imparato, ho constatato che ciò che più li aveva segnati e impressionati, dell’oscena fabbrica della morte, erano state appunto le narrazioni e le testimonianze, le singole storie dei e sui deportati, senza le quali i grandi edifici in mattoni rossi, il lungo binario, il cancello, le torrette e il filo spinato sarebbero rimasti inesorabilmente reperti muti.

Ad Auschwitz sono morti più di 200.000 bambini. Quello che ho letto negli occhi di questi studenti, occhi intelligenti, spiazzanti, affamati di dettagli e nelle loro espressioni pensose, di colpo adulte; la Lettera ad Anne Franck di Maya Predieri, conservata per sempre nel Museo della Shoah; i tanti racconti scritti al ritorno, quando la normalità di un’aula ti sembra un insulto, un errore; tutto ciò è valso il viaggio.

Concludo. Che cosa rappresenta la conoscenza, se non “un modo privilegiato e più qualificato di stare al mondo”, come ha scritto Stefano Bartezzaghi?

La tragedia di Auschwitz trascende la sua storia e ci parla, ci interpella: nella Shoah l’Europa perse se stessa e di questa Europa di muri e di fili spinati Auschwitz, ancora, ci chiede conto. Ecco perché, oltre al dovere di ricordare abbiamo anche quello, non secondario, non meno urgente, di far rivivere quelle morti nel nostro impegno, nel nostro sforzo quotidiano di costruire, insieme, un mondo più giusto.

Raffaella Zuccari

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