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Intervista a Matteo Piantedosi – Prefetto di Bologna

Il Tiro, con il Prefetto Matteo Piantedosi, continua il suo percorso di esplorazione nei cambiamenti sociali e politici del nostro territorio. Il Prefetto, in una serata di fine aprile, ha discusso con grande disponibilità insieme a noi del suo lavoro e dei temi che quotidianamente deve affrontare: dall’immigrazione a quella che più comunemente viene definita sicurezza, passando tra l’altro per l’attualissimo tema delle infiltrazioni mafiose nella nostra regione. Questa non è una sintesi della serata, che è stata molto partecipata, né tanto meno possiamo definirla una vera e propria intervista. Sono chiacchiere a lato, che però fotografano a mio modo di vedere, la complessità del ruolo che Piantedosi svolge in una città come Bologna.

Prefetto, il mese scorso in occasione del 165° anniversario della Fondazione della Polizia di Stato, sono stati diffusi i dati sulla criminalità nella Città Metropolitana di Bologna.

I numeri dicono che gli episodi criminosi sono in calo, ma la percezione dei cittadini sul tema della sicurezza, in qualche modo, contrasta con i dati da voi esposti. Secondo lei, quali sono le cause di questa percezione? Oltre all’innumerevole lavoro che già state svolgendo, quali possono essere gli strumenti per invertire questo “umore sociale”?

Per quanto riguarda i temi della sicurezza questa divaricazione non è una novità, succede da sempre. Un po’ risiede nella metodologia, diciamo così, di rappresentazione dei temi della sicurezza, variamente declinati che sono in uso nel paese. Un po’ perché quella che viene definita come una percezione di insicurezza, in realtà risente di fenomeni che in realtà riguardano altri problemi collegati con quello che noi intendiamo come sicurezza, ma che in realtà sono tutt’altro.

Faccio un esempio: è indiscutibile che tutti i temi che ruotano attorno al fenomeno della migrazione in qualche modo si collegano alla sicurezza, ma perché questo incide così fortemente?

La grande pressione migratoria di questi ultimi decenni, in realtà sconta uno squilibrio demografico che non ha pari in tutta la storia dell’umanità. I demografi stimano che, da qui al 2050, l’Africa raddoppierà ulteriormente la popolazione e rispetto a un paese come il nostro che tende ad invecchiare, dove si riduce in tasso di natalità, questo fenomeno avrà necessariamente un peso. Queste cose messe insieme, senza banalizzare troppo e credo di dire qualcosa che non si discosta molto dalla realtà, noi le tramutiamo in una percezione d’insicurezza. In realtà è una cosa legata ad un sentimento che si concentra tutto sul disagio dei cittadini, soprattutto quelli meno giovani, rispetto alla percezione di un mondo che cambia.

Quindi lei sostiene che nell’aumento della percezione di insicurezza dei cittadini si  riflettono problemi di convivenza dovute ai forti flussi di immigrazione.

Nell’attività che ho svolto nella distribuzione dei migranti, quando abbiamo avuto la fase acuta nella primavera del 2017, paradossalmente è stato più complicato relazionarsi con le piccole comunità rispetto per esempio a Bologna. Perché questo? Perché le persone che ci vivono vedono il tessuto sociale che si altera. Bisogna fare prima di tutto una valutazione non solo di ordine matematico: in un contesto urbanizzato come le piccole comunità dove vivono 50/60 persone, le quali magari hanno fatto scelte di vita ben precise e si ricollegano ad una memoria tramandata di una vita e spesso chi viene ad abitare questi luoghi, è spinto a viverli con una maggiore “gradevolezza”, cosa che noi abbiamo perduto. Questo per dire, che se chiedessimo ai cittadini qual è la percentuale d’immigrati nel paese, direbbero che è enorme, invece nonostante tutto si aggira attorno al 10%.  Ma la convinzione dei cittadini è completamente diversa. Tutto questo messo insieme, dà una percezione di insicurezza. Se poi a questo vengono legate alcune notizie di episodi più o meno gravi, diventa un tutt’uno con un sistema generale di paura e di preoccupazione.

L’Emilia Romagna, vedi processo Aemilia, non è immune alle infiltrazioni mafiose, quali sono i campi principali in cui s’insinua questo fenomeno: il controllo del mercato degli stupefacenti, la prostituzione (entrambi in aumento) oppure la mafia nelle nostre zone si sta sempre più orientando esclusivamente verso i reati di natura economico-finanziaria, quindi meno visibili e forse ancora più complessi da intercettare?

Il processo Aemilia ha dimostrato quello che probabilmente era nella logica delle cose già da qualche anno e che aspettava solo di essere rilevato concretamente.  Fatto abbastanza semplice che un territorio molto dinamico economicamente, per una mafia (semplifico la terminologia) che ormai spara sempre meno e fa sempre più affari, anche i temi della corruzione, come dicono gli analisti sono intimamente legati al riciclaggio del denaro di grandi proventi che vengo da altrove. Contesti come questo, proprio per il loro dinamismo economico e sociale, si poteva presumere che diventassero dei teatri privilegiati per questi fenomeni . Il processo AEmilia ha mostrato, soprattutto con l’accelerazione avvenuta per la ricostruzione post terremoto, riscontri oggettivi di queste infiltrazioni, ad esempio si sono fatti nomi e cognomi. Come cerchiamo di contrastarlo?  È una mafia che non ammazza e non impone dinamiche che esistono in altri territori come ad esempio il controllo sociale. Altrove la mafia hanno comportato dinamiche di carattere relazionale, come nella popolazione giovanile spesso queste modalità si manifestano con un modo arrogante nei comportamenti,  di prevaricazione nelle relazioni interpersonali. Qui questo no, almeno non ancora in maniera evidente. Qui il problema più grave è l’inquinamento dei circuiti economici.

Quali strumenti state mettendo in campo per contrastare, nella nostra regione, questo fenomeno legato all’inquinamento dei circuiti economici da parte della mafia?

Gli strumenti che abbiamo messo in campo sono molto forti. Anche grazie alla nuova legislazione,  si sta lavorando con grande penetrazione nei meccanismi che favoriscono le infiltrazioni di gruppi che fanno riferimento alla criminalità organizzata nei nostri circuiti economici.  L’amministrazione dello Stato nel suo complesso, utilizzando anche il suo patrimonio interforze a livello nazionale, ha creato una banca dati di grandi competenze per ricostruire anche le relazioni più marginali, tra soggetti che entrano in contatto. Questo è avvenuto anche qui, lo stiamo facendo e stiamo sondando anche settori, che personalmente ritengo insieme a altri indicatori, del fenomeno mafioso. Cercando di fare uno sforzo anche d’immaginazione. Penso al settore della logistica dei trasporti, dove ci sono comportamenti imprenditoriali che meritano di essere approfonditi, poi i fatti ci diranno se abbiamo visto giusto.  È un meccanismo molto insidioso. Dobbiamo pensare che chi vuole impiegare un capitale illecito, ha vantaggio competitivo rispetto ad altri soggetti economici. Perché se io investo 100 di capitale illegale e ottengo 70 per me è un vantaggio, perchè è ripulito, sono soldi riciclati. Se invece sono in regola  io ci ho rimesso 30 e la mia impresa fallirà. Questo è il meccanismo che diventa distorsivo per il mercato e per l’economia legale.  È un virus gravissimo che va contrastato, sia per i valori sia per gli effetti distorsivi che ha.

La confisca dei beni è uno strumento efficace nella lotta alla friminalità organizzata?

Complessivamente sì, però abbiamo sondato a livello nazionale alcuni contesti molto specifici,  che presentano delle criticità. Alcune aziende, quando lo Stato subentra come gestore, mettono in evidenza come alcuni parametri aziendali  che rischiano di renderle non più presenti sul mercato,  ivi compreso quella disponibilità di finanziamento del sistema bancario. Mi spiego: quando lo Stato inizia a gestire una azienda confiscata, a parte le difficoltà oggettive visto che non è questo il mestiere dei funzionari dello Stato, a volte si creano delle forti resistenze da parte del tessuto economico inquinato nel quale opera l’azienda che la portano a non stare in piedi economicamente o funzionalmente.  Detto ancora più esplicitamente  i fornitori di quella determinata azienda, se fanno parte del giro della criminalità organizzata, chiudono i rubinetti, ritardano le forniture, creno disservizi che alla fine mettono in difficoltà l’azienda confiscata. Sono fenomeni che noi dobbiamo contrastare sia per il valore intrinseco, ma perché sono lesivi e fortemente distorsivi dell’economia.

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