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Europa calling: le prossime elezioni europee passando da Brexit e Visegrad

Intervista ad Anna Colombo*

Brexit: Anna potresti spiegarci cosa accadrà da qui al 29 marzo (termine per raggiungere un accordo tra Gran Bretagna e Unione europea sulla Brexit)? Qual è la tua opinione sulla gestione di questa complessa trattativa – sia a livello britannico che europeo – e soprattutto se in questi mesi c’è stato un qualche coordinamento/collaborazione tra il Partito Socialista europeo e i laburisti britannici?

Dopo l’ultimo voto della Camera dei Comuni che ha incaricato il governo inglese a richiedere all’UE un’estensione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che probabilmente succederà è che ci sarà un rinvio di lungo periodo. Si proverà a lavorare su una Brexit molto soft negoziata con il Labour e su un accordo giuridico affinché non ci sia partecipazione inglese alle elezioni europee di maggio.

Anna Colombo

Il “No Deal” dovrebbe ormai essere scongiurato e sarebbe stato catastrofico per tutti. Si lavorerà per riuscire a salvaguardare le principali conquiste ottenute dal dopo guerra ad oggi e soprattutto evitare che si ricrei una frontiera tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Uno scenario che riporterebbe la Storia indietro di moltissimi anni oltre a riproporre e ri-acuire tensioni che si era riusciti a ridurre attraverso un lungo e complesso processo di pace. Posto che il divorzio ci è stato imposto dal referendum, un accordo è indispensabile e sarebbe meglio che salvaguardasse almeno l’unione doganale e magari anche l’appartenenza al mercato unico. I britannici infatti hanno scoperto da poco che un’uscita senza accordo dall’UE avrebbe alcuni effetti collaterali non banali come il fatto di rimanere senza alcuna tutela normativa rispetto ai prodotti alimentari statunitensi (vedi https://www.theguardian.com/politics/2019/mar/06/britain-urged-to-reject-backward-us-food-safety-standards ). Un tale accordo, però, mostrerebbe tutte le velleità del voto referendario, perché per essere tutelati i britannici resterebbero di fatto molto legati all’UE perdendo però il diritto di influenzarne le decisioni….

Per quanto riguarda la trattativa in sé, credo che l’Unione europea abbia avuto un atteggiamento estremamente responsabile e soprattutto unitario: un qualcosa di non scontato, viste anche le storiche capacità della diplomazia britannica.  I 27 Stati membri sono rimasti uniti e nel corso del negoziato è stata garantita stabilità, competenza e fermezza. Una fermezza che non va assimilata ad un sentimento di vendetta ma alla volontà di rendere l’intero “processo di uscita” estremamente trasparente (anche perché è la prima volta che viene attuato l’art.50 del Trattato di Lisbona). Direi che non si può dire altrettanto per la controparte: nel corso della campagna per la Brexit sono stati utilizzati per la prima volta dati e metodologie di falsificazione delle notizie che sono state replicate nel corso della campagna per le presidenziali americane (e che hanno portato all’elezione di Trump); i Tories – prima con Cameroon e poi con la May -hanno dato sempre più importanza agli equilibri interni al proprio partito e al proprio governo rimanendo spesso vittime di processi e discrasie da loro stessi innescati.

Il gruppo S&D e i laburisti hanno avuto contatti costanti in questi anni. Corbyn partecipa attivamente agli incontri della famiglia socialista ed ha recentemente incontrato il Presidente S&D Udo Bullmann. Corbyn ha sempre pensato che il voto del referendum andasse rispettato e che la priorità fosse intervenire nelle aree più povere e periferiche del Paese, e capire le ragioni gravissime della frattura sociale. Più passa il tempo più appare chiara però l’inadeguatezza del governo, della May e dei negoziatori UK. Questo spiega le ultime posizioni dei laburisti.

Il 13 gennaio abbiamo appreso con sgomento che il sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz,  era stato accoltellato a morte nel corso di un concerto di beneficenza. Abbiamo assistito con commozione all’abbraccio della sua città e alla marea di cittadini scesi in strada per manifestare il proprio dolore e la propria“rabbia” e vissuto con crescente preoccupazione la deriva politica che sta coinvolgendo molti dei paesi dell’Est Europa (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) che abbiamo imparato a conoscere come il gruppo di Visegrad durante le trattative sulla riforma del Trattato di Dublino. Potresti spiegarci un po’ meglio la situazione politica in questi Paesi e darci una visione “da Bruxelles” di quello che sta accadendo? Anche in questo caso, il PSE è in contatto con le principali forze di opposizione o ci sono difficoltà a creare una rete europea?.

Ormai è Storia: l’allargamento ad Est che nel 2004 ha portato all’ingresso di 10 nuovi paesi e nel 2007 all’ingresso di Romania e Bulgaria è stato realizzato tenendo conto esclusivamente parametri di economici e di mercato, senza dare rilievo alla necessità di trovare una sintesi sociale e storico culturale da parte di tutti i Paesi membri. La stessa cosa è accaduta per sistemi di welfare, la cui differenziazione ha portato a fenomeni di dumping sociale interni all’Unione.

Per quanto riguarda il vento nazionalista, invece, direi che purtroppo non sta soffiando solo nei Paesi dell’Est. L’ascesa di Orban per molti versi ricorda quella di Salvini in Italia. Un paese vecchio, di emigrazione, sull’orlo del baratro e con diseguaglianze crescenti che si rifugia nell’uomo solo al comando la cui retorica si rivolge esclusivamente nell’identificazione di nemici esterni.

Il quadro politico però è in forte evoluzione: in Polonia il nuovo movimento di Robert Biedroń “Primavera” sta riscuotendo un notevole successo, in Ungheria la “Legge Schiavitù” ha “costretto” l’opposizione ad unirsi e organizzarsi, mettendo in difficoltà Orban, peraltro sempre più isolato anche nella sua famiglia politica europea. I partiti socialisti del “Gruppo di Visegrad” hanno appena licenziato un documento interessante per un nuovo sviluppo dell’Europa sociale ed ecologica.Vanno sostenuti nella transizione e forse questa può essere l’occasione di ridiscutere con loro il senso profondo dell’appartenenza a una comunità che guarda al futuro con pensieri “lunghi”.

Quello che è assolutamente da evitare è cadere nella tentazione degli stereotipi, che hanno fortemente penalizzato anche i paesi mediterranei (Italia inclusa) durante la crisi economica.

Pensiamo alla Polonia: chi avrebbe detto che il nuovo partito Wiosna, guidato da un popolarissimo ex sindaco gay e ateo potesse, ad una settimana dalla sua presentazione, arrivare al 16% dei consensi?

Elezioni europee: il prossimo 26 maggio ci saranno le elezioni europee. Per la prima volta dal ’79 le forze “euroscettiche” sembrano poter raccogliere un consenso diffuso e mettere a serio rischio i già fragili“equilibri” istituzionali e politici. Come si sta preparando a questa sfida il Gruppo dei Socialisti e Democratici? Quali saranno a tuo avviso i temi sui quali sarà fondamentale impostare la campagna elettorale?

Come Socialisti&Democratici ci stiamo preparando nell’unico modo possibile per salvare l’Europa: proponendo cioè un cambio radicale del suo modello economico verso un nuovo modello di sviluppo di profitto condiviso, che lotti contro le diseguaglianze e che rispetti i vincoli ecologici del pianeta.

Il gruppo S&D ha appena licenziato un rapporto corposo di 110 proposte molto concrete, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Agenda 2030). Questo modello, secondo noi, deve diventare l’ambizione dell’UE come lo è stata la Pace alle fine della Seconda Guerra Mondiale. Il PSE con il suo Manifesto 2019 va nella stessa direzione: cambiamento radicale, nuovo contratto sociale per l’Europa e Patto di Sviluppo Sostenibile in senso economico, sociale ed ecologico.

Per far questo però è fondamentale avere un’Unione europea. Va cambiata, resa più forte ed ambiziosa, in grado di essere un continente politico (e non solo economico) e IL riferimento per l’agenda 2030 nel Mondo. I nazionalisti, l’estrema destra e gli anti-europeisti oggi non fanno altro che il gioco di Trump, di Putin e di coloro che vogliono un’Europa debole, divisa e totalmente irrilevante a livello internazionale. Una linea tutt’altro che patriottica e che va contro gli interessi dei Paesi membri dell’Unione. La Sinistra, i Progressisti europei oggi rappresentano l’unico argine credibile a tale scenario. Bisognerà lavorare tanto per costruire un “campo ampio” intorno al progetto politico progressista, ci dovremo essere tutti, anche i laburisti di Corbyn, da dentro o fuori l’UE; in gioco ci sono il nostro futuro e quello delle nuove generazioni che stanno scendendo in piazza per farsentire la propria voce . Non possiamo fallire. *

*Anna Colombo (Genova 1963– laurea in giurisprudenza) lavora al Parlamento Europeo dal 1987. Funzionaria attualmente distaccata presso il Gruppo Socialisti e Democratici, ha ricoperto l’incarico di Segretario Generale del Gruppo PSE – successivamente S&D –dal 2006 al 2014. E’ attualmente responsabile del Team “Progressive Society” ed è consigliere speciale del Presidente del Gruppo sullo sviluppo sostenibile e sulle alleanze politiche e nella società.

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