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Intramontabile Dante

Impossibile, almeno per me, non restare colpito da una frase come “… noi siamo il nostro passato e siamo anche il passato di chi ci ha preceduto …”. Una frase che cita, forse inconsapevolmente, Rűdiger Vogler/KingOfTheRoad , il protagonista di “Nel corso del tempo” (il film che nel 1975 fece scoprire WinWenders) quando afferma “… io sono la mia storia …”. E questo, questa frase, uno dei motivi, ma non l’unico come si vedrà, che mi induce a parlare di questo “La quarta cantica” di Patrizia Tamà. Un romanzo dantesco che, sull’onda del successo di Dan Brown e dei suoi misteri esotericamente leonardeschi, uscì nel 2010 per Mondadori. Acquistato poco dopo (capirete il perché), rimase lì, in libreria, tra gli altri romanzi che un giorno avrei letto. Ora quel giorno è arrivato. Ho deciso infatti di dedicarmi ai libri (romanzi, saggi, testimonianze) scritti da mogli, compagne o fidanzate di amici, amici fraterni, che come me amano leggere ed in alcuni casi scrivere. E già perché anche Patrizia (Tamarozzi prima che artisticamente Tamà), una donna bella intelligente e interessante o almeno è così che la ricordo, è, è stata, compagna di vita di un amico, un amico fraterno. Tutto questo, naturalmente, non conta (se non per avermi indotto all’acquisto del romanzo stesso). Ciò che conta, per noi adesso, è quello che scrive e come lo scrive. Ed allora eccolo, questo “La quarta cantica”, secondo step della mia ricerca (il primo è stato “Angeli in controluce” di Elena Bastos, il prossimo sarà “La donna nella pioggia” di Marina Visentin).

La storia, prendendo dal risvolto di copertina, racconta di una giovane donna che si aggira in stato confusionale per la stazione di Firenze. Non ricorda più nulla: chi è, come si chiama, perché è lì. Eppure non è una vagabonda qualsiasi. Lo intuisce il misterioso clochard che la soccorre. E se ne rendono subito conto i medici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova, dove viene ricoverata. Grazie alle cure ricevute, comincerà presto a dissolversi la nebbia che le riempie la mente e lei vedrà a poco a poco riemergere se stessa, l’identità che credeva perduta, e ricorderà di chiamarsi Beatrice. Scoprirà anche di essere una studiosa di materie dantesche, inglese ma di origini italiane, giunta a Firenze sulle tracce di un segreto antico di settecento anni. Ma le sue sono ricerche pericolose, conducono in Germania e in Turchia, e possono costare la vita, la sua e quella di chi le è vicino, perché non è la sola a dare la caccia a una verità dirompente. Ci sono uomini mossi dal fanatismo che non si fermeranno davanti a nulla. La Grande Opera del più grande poeta, il testo più sibillino della letteratura universale, denso di significati simbolici, alchemici, profetici, potrebbe essere incompleta. “Inferno”, “Purgatorio”, “Paradiso” sarebbero soltanto il preludio a una conclusione ulteriore – e sconvolgente – della “Divina Commedia”. Davvero il Sommo Dante concepì una Quarta Cantica? E di che cosa si tratta? Davvero la occultò perché fosse consegnata ai posteri in un’epoca finalmente pronta alle sue rivelazioni?

Come si intuisce, molta, forse troppa carne al fuoco. L’autore più importante della storia italiana, il padre putativo della stessa lingua nazionale e poi esoterismo, verità alchemiche nascoste, sette segrete, eredità naziste; una donna senza memoria e un marito fellone; un omicida seriale e una storia di amori fedifraghi … Eppure, Patrizia riesce a padroneggiare la materia dignitosamente, shakerando il tutto in un caleidoscopio rutilante di continue sovrapposizioni e ribaltamenti alla maniera dei feuilleton d’antan tanto da sembrare scritto da almeno tre autori diversi o, se non altro, dallo stesso autore (autrice) in tre tempi diversi. C’è la storia della protagonista Beatrice, l’intrecciarsi degli accadimenti che la portano al riconoscimento di sé e alla ricostruzione della propria storia personale, una storia personale possibile e futura, e questa è la parte più debole del romanzo, quella più convenzionalmente banale, quotidiana, stanca (ed anche la scrittura ne risente, di questa debolezza, quasi si trattasse di un mero attraversamento funzionale ad arrivare a quello che più conta, il dipanarsi del plot) nobilitata però da una forma di immedesimazione da parte di Patrizia stessa che sembra, quasi, urlare l’urgenza di narrare, tentando e sperando in tal modo di esorcizzarlo, un dolore, un dolore sordo e profondo e rancoroso ai tratti che si fa evidente in special modo nel ritratto del tenebroso marito piacione e superficialmente corrotto. E c’è la parte assolutamente convincente, storicamente approfondita e giustamente fantasticata, che analizza e racconta dopo, si sente, averla studiata, la grande utopia alchemica e magica ed esoterica. Quella che unisce i Templari e i Rosacroce, Dante e Leonardo, Ermete Trimegisto e BaronCorvo. Quella utopia che passa per le sette degli hashiashin e dei dervisci roteanti, dal mito della giovine Thule e dai misteri di certe valli e località dei nostri Appennini così toponomasticamente evocative. Quella utopia che, raccontata, non può che far incontrare sette segrete esoteriche ispirate al misticismo del sommo poeta come i Fedeli d’Amore e i fanatici eretici e integralisti in questo romanzo conosciuti come Dervisci Custodi con gli ultimi sopravissuti del credo nazista in una nuova genia che, discesa dall’algida Thule, potrebbe riconquistare il mondo. E c’è, infine, la parte più sorprendente. Quella erudita e colta e, oggettivamente, più difficoltosa proprio perché così facilmente sbeffeggiabile. Ed è qui che Patrizia mostra grande capacità; quando completa alcune terzine che potrebbero davvero essere appartenute al sommo Dante. Ed immedesimandosi forse nella sua protagonista, quando a una domanda su come sia riuscita a ricostruire la parte mancante di una terzina, risponde semplicemente: “… pratica con la lingua dantesca, qualche nozione di metrica e una spruzzatina di filologia …”.

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