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Io odio l’Huffington Post

I trentenni degli anni duemila sono per la maggior parte laureati. In tutto: lettere, ingegneria, beni culturali, farmacia e infermieristica. Abbiamo coperto tutto lo scibile umano noi trentenni, persino geografia non ci è sembrata un’idea poi così sbagliata. Io per esempio ho un amico laureato in geografia, lui è sensibile, lui è buono, lui studia sempre per tutto, anche alla Coop studia i prodotti, è intelligente lui, chiama le medicine con il nome del loro principio attivo di cui conosce perfettamente pro e contro, è sveglio lui e coraggioso. Il mio amico laureato in geografia con il massimo dei voti ha fatto il barista per anni, poi il cameriere, poi il distributore di bevande bio, poi il ragazzo sul cubo, poi di nuovo il barista.

Che fai oggi Filippo? Lavoro. E domani? Lavoro. Quando ci vediamo? Vienimi a trovare a lavoro.

Filippo dopo tanto lavoro ha deciso di fare il geografo non pagato, ha comprato una buona bicicletta, uno zaino da alpinista e una tenda da campeggio ed è andato. Bologna, Trieste, Balcani fino alla Grecia, e poi Turchia e fino a ieri Georgia, oggi Kazakistan. Obiettivo Asia, dice lui. Io dico che se continua così tra al massimo sei mesi a Bologna ci torna da ovest a botta di pedalate sull’Atlantico.

Ma torniamo alla laurea in geografia. C’è un concetto in geografia che a Filippo piace tanto: il “flaneur”. Dicasi flaneur passeggiatore svagato e a momenti curioso.

Spieghiamo meglio: quello scapestrato di Baudelaire introdusse il termine flaneur per indicare l’artista moderno immerso nel flusso della vita cittadina moderna, un esploratore della città. Poi i situazionisti ci misero il carico da novanta invitando i novelli flaneur a perdersi per le città, senza meta né orari, alzare lo sguardo e percepire lo spazio nel suo insieme.

Ora, nozioni a parte, Filippo deve aver preso alla lettera l’invito situazionista e ne ha fatto una regola di vita da qualche mese ad oggi, e sicuramente anche domani. Allora mi sono venuti in mente i titoli dell’Huffington Post della rubrica ‘Cambiare vita’:

Il principio è sempre lo stesso: giovani professionisti coraggiosi che mollano tutto e partono, e chiaramente trovano la felicità.

Sottotitolo: e tu pirla invece sei ancora qui a sperare nell’indeterminato per poter accedere al mutuo e quindi felice non lo sarai mai. Tiè!

Poi leggi l’articolo e scopri che il titolo era molto più bello della storia, che in realtà la cosa migliore che loro hanno fatto e tu non riuscirai mai a fare è mettere da parte tanti di quei soldi da aprire un bar alle Canarie e vivere felice. Sole tutto l’anno, una vita in ciabatte e un mojito fresco con il sole che tramonta.

Il sogno di una vita. La risposta al “chi me lo fa fare?”.

Mi sono detta: rispondi alla domanda…chi te lo fa fare?

Allora ho ripensato a mio padre e a mia madre, entrambi certi che la laurea avrebbe permesso a me e alle mie sorelle di avere un posto fisso, possibilmente pubblico, una casa, una famiglia, dei figli e la certezza che ricche forse non saremmo diventate ma avremmo ugualmente vissuto con dignità il resto della nostra vita, che il lavoro era ciò che ci avrebbe permesso di fare del nostro tempo libero esattamente ciò che volevamo.

Io ora ho un lavoro – e dico ora perché forse fra quattro mesi non ce l’avrò più – che mi fa tornare a casa ad orari indefiniti e alle 11 mi mette a letto. Il fine settimana, il tempo dello svago, lo dedico alla ricerca degli annunci di lavoro, le pulizie che in settimana non riesco a fare, e il pensiero alla riunione settimanale del lunedì con il capo a cui devo dar conto della settimana precedente. Una birra con gli amici e una volta al mese le fughe del weekend per evitare di diventar matta.

La fetta di tempo libero dunque si riduce a pochissime ore e questo non era esattamente ciò che si auguravano i miei genitori.

Immaginate allora un’intera generazione di trentenni, troppo giovani per costruirsi una famiglia e troppo vecchi per non pensare di farlo, immaginate lo sturm und drang di un giovane trentenne, tra le aspettative genitoriali e l’Huffington Post che racconta di trentenni che hanno abbandonato tutto e hanno trovato la felicità.

Allora immagino la reazione di mio padre all’annuncio “papà, vado a vivere a Tenerife e apro una focacceria barese. Ho fatto un business plan che credi? È tutto organizzato nei minimi dettagli. No no, non ti preoccupare ho soldi abbastanza per coprire il primo anno di attività in cui i guadagni saranno certamente inferiori alla spesa ma sai che salto di qualità avrà la mia vita? No papà che credi…ho pensato proprio a tutto. Papà cazzo, voglio essere felice!”.

(E su Spotify torna quel ritmo che da vent’anni mi accompagna “Ch-ch-ch-ch-changes don’t want to be a richer man, ch-ch-ch-ch-changes turn and face the stranger, ch-ch-changes just gonna have to be a different man, time may change me”).

Mio padre resta zitto per un po’, abbassa gli occhi e mi dice “se sei felice così…” e torna a fare i suoi conti di fine mese sulla poltrona della cucina, con la tv accesa e il volume basso, i capelli bianchi e il quaderno a quadrettoni in cui ad ogni casella corrisponde un numero delle spese sostenute e di quel po’ che resta per il giorno in cui il mio business plan avrà buchi così grandi da non star più nella riga del quaderno.

Ed è questo il motivo per cui odio l’Huffington Post.

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