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Johannes de Eyck fuit hic 1434

La letteratura è affascinante anche – se non soprattutto – perché regala possibilità di espressione infinite (a chi le voglia cogliere, beninteso).

Si prenda ad esempio un dipinto del 1434 (un periodo buio, soprattutto per quanto concerne la reperibilità storica di fonti autorevoli e certe), un dipinto di un autore di cui si conosce a malapena il nome, Johannes de Eyck (Jan van Eyck per noi moderni), di cui si conosce l’abitudine a firmarsi Johannes de Eyck fuit hic (Giovanni di Eyck è stato qui) ma di cui si ignora quasi ogni altra cosa, a partire dal luogo e dalla data di nascita certe, se cioè fosse sposato, dove vivesse, quale fosse esattamente il suo ruolo presso il suo mecenate, il duca di Borgogna Filippo III detto il Buono (varlet de chambre sarebbe stato il suo titolo, un titolo che lo metteva nella condizione di pittore di corte, di grande dignitario, con appannaggio annuale considerevole e riconoscimento di grande autonomia anche nel ricevere commissioni da altri committenti; però per il Duca, Johannes sembra facesse anche misteriose spedizioni diplomatiche in sostituzione del Duca stesso; noto e documentato, tra tutti, il viaggio del 1428/29 in Portogallo per ritrarre la futura sposa del Duca, Isabella. Insomma, questo pittore, cartografo e scienziato, potrebbe essere arrivato in Boemia, in Russia, forse anche a Bisanzio. Sono viaggi non documentati naturalmente, ma che si possono ipotizzare alla luce della lettura dei suoi dipinti nei quali si riflette l’arte di Magister Theodoricus che lavorò a Praga e nel vicino castello di Karlstein, qualche decennio prima di lui, e di Andrei Rubliev, quasi suo coetaneo, che realizzò splendide icone per le chiese di Mosca e per i grandi monasteri russi. In più, nei suoi dipinti appaiono anche elementi naturalistici che testimoniano la sua conoscenza del paesaggio e dei colori che potevano appartenere solo al mondo mediterraneo, un mondo che gli si sarebbe aperto in occasione, ad esempio, di un viaggio in Italia. Di certo, di van Eyck, si può dire che non fu l’inventore della tecnica della pittura ad olio, che gradualmente sostituì in Europa l’uso del colore a tempera, come invece dichiara il Vasari chiamandolo Giovanni di Bruggia, ma che è certamente colui che la perfezionò con il sapientissimo uso dei pigmenti e dei leganti).

Si prenda, dunque, il “Ritratto dei coniugi Arnolfini” dipinto, come detto, da van Eyck nel 1434. E si prenda un letterato/medico colto ed arguto come Jean-Philippe Postel. Ecco allora che avremo questo interessantissimo pamphlet edito da Skira quest’anno, “Il mistero Arnolfini”, un mistero che partendo dalla non conoscenza più assoluta, cercherà di far luce su un mistero che permane tale da quasi sei secoli grazie ai procedimenti ed agli stilemi di una vera e propria indagine poliziesca, l’indagine su un’opera di Jan van Eyck. La posizione fondamentale da perseguire da parte di chi legge, allora, sarà prima quella di lasciarsi andare alle ipotesi (chi sono l’uomo e la donna al centro del dipinto? soprattutto, che cosa stanno facendo? il mercante lucchese Niccolò Arnolfini, che si è creduto vi fosse raffigurato assieme alla prima moglie, negli altri suoi ritratti coevi non mostra alcuna somiglianza fìsica con questo dipinto), allo scorrere della storia, e che storia (nell’inventario del 1516 della raccolta di Margherita d’Austria, il dipinto, custodito nel castello di Malines nelle Fiandre, è descritto come “… un grande quadro che chiamano Hernoul- le- Fin con la moglie dentro una camera da letto …”), e poi di farsi prendere dal susseguirsi dei colpi di scena (l’olio su tavola, dopo essere scampato nel 1734 all’incendio dell’Alcázar di Madrid, ricompare a Bruxelles nel 1815 a casa di James Hay, ufficiale inglese ferito nella battaglia di Waterloo. Da qui il trasferimento a Londra e alla National Gallery, che lo espone dal marzo 1843, quando inizia il gioco delle interpretazioni del soggetto. La prima ipotesi è che si tratti semplicemente del pittore e di sua moglie: la accoglie anche John Ruskin, teorico del movimento dei preraffaelliti. Sono poi gli storici dell’arte Joseph Archer Crowe e Giovanni Battista Cavalcaselle, nel 1857, a legare il dipinto agli Arnolfini: traslitterando così il nome Hernoul- le- Fin con cui viene indicato nei vecchi inventari e che curiosamente si riferisce al santo dei cornuti, Sant’Arnolfo) che, proprio come in un romanzo sherlockiano d’antan, condurranno lungo le impervie vie del ragionamento logico a conclusioni che però del tutto concludenti non saranno (per 150 anni quasi tutta la storiografia, senza alcuna prova, sostiene che si tratti del mercante Giovanni di Arrigo Arnolfini, originario di Lucca ma operante a Bruges, e della moglie, Giovanna Cenami che però lui sposa tredici anni dopo la data riportata sul dipinto e sei dopo la morte del pittore del luglio 1441. A questo punto, scavando ancora nell’albero genealogico degli Arnolfini, l’identità che fa più al caso è quella di Giovanni di Nicolao, imparentato con i Medici. Ma sua moglie, Costanza Trenta, nel febbraio 1433, un anno prima della realizzazione della tavola, risulta già morta).

Ed è qui, a questo punto, che la magia della letteratura fa sì che si possa ipotizzare un mondo altro, un mondo in cui gli incontri tra i vivi e i revenant (coloro che ritornano) siano possibili. Il tutto, naturalmente, parafrasando e facendo proprio il motto con cui Jan van Eyck era solito firmarsi: Als ich can (come posso).

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