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Se non ce l’hai (la base a Gibuti) non sei nessuno!

Se questa rubrica invece che occuparsi di geopolitica si occupasse di moda, Gibuti sarebbe sicuramente una borsa Birkin: ambita, costosa e sulla bocca di tutti, apparentemente una di quelle cose che se non ce l’hai, non sei nessuno.

Fino al 2016 Gibuti era, per molti, solo un punto sul mappamondo, ma negli ultimi due anni la sua importanza è silenziosamente cresciuta, fino a renderlo una delle chiavi di volta della geopolitica mondiale. Se da un lato questa improvvisa corsa a Gibuti può sorprendere, in realtà si tratta di una scelta piuttosto logica. Cominciamo con il dire che, in generale, ciò che rende uno stato o una regione strategicamente rilevante sono: una particolare posizione geografica e una situazione interna che sia, tanto a livello politico che economico, mediamente stabile o almeno quanto basta a potervisi infiltrare per giocare la propria partita senza inutili scocciature. Nonostante non sempre queste due condizioni si verifichino simultaneamente (come per esempio nel caso della Siria), Gibuti con due “ce l’ho” su due si classifica nella top 3 dei luoghi dove piazzare le proprie basi nel 2018. Direttamente affacciato sullo stretto di Bāb al – Mandab da cui passano le principali rotte commerciali di collegamento con l’Oceano Indiano, ma anche confinante con Etiopia, Eritrea e Somalia, questo micro – stato del Corno d’Africa riserva molte più possibilità di quelle che si potrebbero pensare.

Highly detailed vector map of Djibouti with administrative regions, main cities and roads.


Difficile elencare tutti gli stati che negli ultimi due anni hanno deciso di posizionare le loro navi nei porti di Gibuti. Più facile, al contrario, dire chi ancora non ha seguito la massa e si chiede il perché di tutto questo trambusto. Esiste in realtà una motivazione ufficiale che accomuna l’intervento di quasi tutti gli stati presenti e cioè la lotta alla pirateria somala, insomma essere a Gibuti per poter bacchettare da vicino quei cattivoni di pirati ed insegnare alla Somalia un paio di cose sulla
navigazione protetta. Considerando però che in geopolitica non esiste niente di ufficiale, qual è il vero motivo per cui Cina, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e addirittura Giappone, solo per citarne alcuni, hanno preso la decisione di dislocare loro forze nel piccolo stato africano?

Per rispondere a questa domanda è possibile delineare tre assi in grado di riassumere le principali ragioni d’interesse. Il primo asse riguarda i motivi economici, il controllo delle vie commerciali marittime è uno strumento di potere, soprattutto quando queste sono essenziali per la sopravvivenza di altri stati. È il caso, per esempio, del Giappone che cerca di dominare le acque del golfo di Aden per contrastare la presenza cinese in Africa. La Cina, dal canto suo, vuole difendere i propri investimenti nel campo delle infrastrutture africane e assicurarsi un flusso continuo delle importazioni energetiche. Stati Uniti e Russia ci forniscono invece la spiegazione del secondo asse d’interesse, ovvero il controllo della divisione religiosa tra sciiti e sunniti. Da sempre schierati per una o per l’altra parte, Gibuti, per loro, rappresenta un punto strategico per poter tener d’occhio da vicino i movimenti di questi gruppi negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita e nello Yemen, facendo sentire alle due fazioni il fiato sul collo ed evitando, allo stesso tempo, la presa di accordi sconvenienti con il governo di Ankara, ormai sempre più presente nell’area del Mar Rosso. Il terzo asse invece è rappresentato dal desiderio soprattutto delle potenze europee come Francia e Germania, ma anche Italia, di controllare le tensioni tra Eritrea ed Etiopia, ritenute uno dei fattori più destabilizzanti del continente. Di fatto nel caso di un eventuale nuovo scontro, l’Etiopia cercherà di accaparrarsi un accesso al mare che solamente Gibuti può garantirle e, allora, chiunque sarà presente lì potrà sfruttare la propria posizione ed influenzare il conflitto decidendone le sorti e guadagnando un potenziale partner strategico nella regione.


Se tutto ciò che è stato detto fino ad ora può far pensare che non posizionare una base a Gibuti è proprio da stupidi, in realtà è vero il contrario. Se ci pensate è come essere in un parco giochi dove tutti vogliono usare l’altalena, accalcati, in fila e pronti a dimostrare di saper volare più in alto di tutti. Ma cosa succederebbe se improvvisamente qualcuno, magari il bambino più influente tra tutti, convincesse gli altri che il vero gioco dell’anno è lo scivolo? Tutti correrebbero allo scivolo, inizialmente solo per vedere se sia davvero così e poi ci resterebbero perché il desiderio di scivolare più veloci di tutti è incontenibile. Allora quel bambino, quello che ha decretato il generale cambio d’interesse, ora che tutti sono impegnati potrebbe tornarsene senza fatica al suo vero interesse: l’altalena. Allo stesso modo nel caso di Gibuti, il vero punto non è chi ci sia adesso e con quante basi, ma chi vi resterà anche quando il vento della geopolitica sarà cambiato, consapevole che, in questo campo, l’andamento della corrente non è determinato mai in modo del tutto naturale.

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