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La Famiglia con la F scudata

Tutti noi che amiamo la Fortitudo, credo che ogni tanto una domanda ce la facciamo: ma perché? Provo allora a fare un tema, come a scuola. Il titolo del tema è: perché segui la Fortitudo?

Per quelli della mia generazione interessati al basket, c’è stato un tempo in cui il martedì mattina si andava subito all’edicola a comprare SuperBasket, prima di andare a scuola. Per alcuni di noi, dopo aver comprato la rivista, si passava direttamente all’articolo di Stefano Germano. Era un commento generale sul campionato che iniziava con sette parole fisse: “La Fortitudo che nel cuor mi sta…..”.

Siamo cresciuti così e così siamo rimasti, e domenica scorsa c’eravamo tutti, assieme a tanti altri più giovani di me che la vivono anche loro così, col cuore. Tanti da riempire via Ugo Bassi diretti a Piazza Maggiore.

Razionalmente come te lo spieghi? Non siamo certo quelli che una sì una no vincono lo scudetto. Noi piangiamo di gioia per risultati ben più modesti, ma sai cosa c’è? Che quei risultati li viviamo come nostri, di tutti noi, dal primo all’ultimo. Tra chi è in campo e chi è fuori a battere le mani, imprecare, urlare e cantare, c’è poca differenza perché quando suona la sirena, quando si spegne il tabellone, quando si esce, in realtà non andiamo mai via, siamo sempre tutti lì, tutti assieme, pronti a fare quello che serve.

Non siamo quelli che mettono in campo le star della pallacanestro. Lo abbiamo anche fatto per un po’. E’ stato bello, ma chi c’era prima di quel periodo, c’è stato durante ed è rimasto dopo, a prescindere. Perché? Perché giochi chi vuole, ma la domenica si passa a casa.

Apparentemente nessuna logica spiega il numero dei tifosi della Fortitudo, la sua fama, il seguito in ogni trasferta a prescindere dalla categoria. Solo apparentemente però. Se guardi meglio vedi perché. Perché siamo tutti uguali sotto quelli striscioni, perché tanti ragazzi trovano un luogo dove sentirsi uniti, perché si canta sempre e comunque, non semplicemente per una squadra, ma per noi stessi, perché noi non siamo fatti di coppe e trofei, ma di carne ed ossa. Noi siamo noi e non ci mimetizziamo nemmeno nella massa. Ciascuno ha un nome e un cognome, ci conosciamo, ciascuno vale, e vale molto anche, perché c’è, perché su ciascuno ci puoi contare.

Ecco perché la sentiamo nostra, perché tutti, e dico tutti, cerchiamo di fare la nostra parte, nel nostro piccolo, e il più delle volte facciamo anche qualcosa di più di quello che ci sarebbe consentito dal buonsenso. Come dice qualcuno ad ogni intervista, qui tutti portano il loro mattoncino. Ecco, questa è la ricetta perché i momenti belli siano più belli e quelli brutti più sopportabili.

Se non ami questo sport, se non conosci l’ambiente, ti sembrano discorsi retorici, sentiti mille volte, la solita litania dei tifosi. Se vieni dentro al palazzo una volta, e basta una, e poi ci ripensi, ti accorgi che è davvero così e finisce che non te la togli più di dosso.

E così può anche succedere che ti tocca fare il commento al campionato sulla rivista più popolare, ma nessun editore può impedirti di cominciare così il tuo articolo: “La Fortitudo che nel cuor mi sta….” anche quando milita in A2 e devi parlare della lotta per lo scudetto. Prima viene il cuore, poi la cronaca.

Non è sport, non solo. Non è tifo, non solo. E’ famiglia: non te la scegli, ci nasci.

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