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La “Giungla di Calais”

La “Giungla di Calais”, così era chiamato un accampamento di rifugiati e migranti in Francia nelle vicinanze di Calais (la città, un tempo capitale mondiale dei merletti prima che la crisi attanagliasse il settore, è il 1° porto in Francia per numero passeggeri e il 2° in Europa dopo Dover ma l’EuroTunnel e gli incidenti con i migranti ne hanno a lungo andare minato la stabilità sociale) funzionante dal gennaio 2015 all’ottobre 2016. Il campo, il più grosso e frequentato nel suo genere, era il punto di raccolta prima e di partenza poi verso la meta vagheggiata. I migranti, infatti, vivevano nell’illusione di poter, partendo da quel luogo desolato, sbarcare nel RegnoUnito utilizzando i traghetti in partenza dal porto di Calais oppure attraversando il Tunnel della Manica come passeggeri clandestini su camion, auto o treni. Il Campo guadagnò un’attenzione internazionale durante il picco della crisi europea nel 2015 quando la popolazione nei campi aumentò rapidamente e le autorità francesi iniziarono le evacuazioni fino all’annuncio, dato il 26 ottobre 2016, che il campo era stato liberato (a far data dal 26 luglio 2017, Human Rights Watch ha pubblicato una relazione intitolata “Come vivere all’inferno” ,“Like living in Hell”, una relazione che documenta in maniera inoppugnabile i continui abusi sui diritti umani compiuti dalla polizia nei confronti dei migranti sia bambini che adulti).

Emmanuel Carrére (prolifico autore francese di cui ricordiamo almeno “Limonov” del 2012, “L’avversario” del 2013, “Il Regno” del 2015 ed “Io sono vivo” del 2016) scrisse, sempre nel 2016, a campo quindi ancora funzionante, un libro sull’argomento, “A Calais”. Una sorta di pamphlet che però (“… quello che mi interessa è poter scrivere un reportage di 40.000 battute esattamente nello stesso modo in cui scriverei un libro …”) non ci racconta il fango, la violenza e la miseria del campo, bensì tutto quello che c’è attorno: la rabbia e la frustrazione di parte dei calesiani; la compassione e la solidarietà di altri; le fabbriche e i quartieri abbandonati; l’immane apparato poliziesco; il circo mediatico; il macabro e lucroso o anche solo inconsapevole e malato, turismo del dolore. E lo fa nel suo modo distaccato e diretto che da sempre ne caratterizza l’approccio, privilegiando lo sguardo distaccato dell’entomologo che si interroga costantemente su tutto, anche su se stesso

Per scriverlo, Carrere trascorse due settimane nella città della Manica per documentarsi e per parlare soprattutto con gli abitanti della città per sondarne le reazioni (che potrebbero anche essere le nostre).

Leggere questo resoconto realistico e documentato fa uno strano effetto sapendo che ormai quella situazione non esiste più ma che cento, mille altre simili sono invece sempre più presenti in un’Europa che troppo sembra attirata dalla deriva sovranista.

Leggere che “… pro e contro i migranti sono espressioni bizzarre. Pro migranti nel vero senso della parola non ce ne sono, dato che nessuno è favorevole ad avere alle porte di una città di 70.000 abitanti una popolazione di 7.000 disgraziati ridotti allo stremo, che dormono in tende di fortuna, nel fango, al freddo e che ispirano, a seconda del carattere di ciascuno, apprensione, pietà o sensi di colpa. Quelli che sono davvero contro i migranti, invece, i fanatici capaci di sbraitare: «Annegateli tutti!» o: «Rimandateli a casa loro!», che in fondo sarebbe la stessa cosa, quelli, sì, ci sono, ne ho incontrati alcuni, ma non sono certo la maggioranza. Molti dicono che la situazione era gestibile quando c’erano soltanto «i kosovari», arrivati negli anni Novanta, alla fine della guerra dei Balcani – e così ancora oggi vengono chiamati, soprattutto dai vecchi, gli stranieri senza permesso di soggiorno -. Erano solo poche centinaia di persone, si poteva farsene una ragione. Ma ora che ci sono «i siberiani» è veramente troppo. Me li hanno nominati un paio di volte, «i siberiani» e ci ho messo un po’ a capire che si trattava dei siriani e dei curdi, degli afghani, degli eritrei, dei sudanesi, di tutti quelli che arrivano dal Medio Oriente o dall’Africa Orientale, paesi devastati dalla guerra, come ci ripetono ogni giorno in televisione, sicché, certo, uno li capisce, poveracci, se scappano, ma vorremmo che si fermassero ovunque tranne che nel nostro giardino. Va bene accoglierli, ma perché da noi? Perché a Calais, che ha già tanti problemi? Nessuno è contento dell’ingombrante presenza dei migranti, e i migranti stessi sono disperati all’idea di dover restare qui, ma mentre chi è contro i migranti se la prende direttamente con loro con una buona dose di razzismo, bisogna dirlo, per i pro migranti il problema è quello dello Stato, dell’Europa e soprattutto dell’Inghilterra, dove vogliono andare tutti, e che non li vuole, e ci ha fatto il brutto scherzo di metterci la frontiera in casa per poi affidarci il compito di occuparcene e di sorvegliarla. Questa fregatura si chiama trattato di Le Touquet e lo conoscono perfino quelli che chiamano «siberiani» i siriani …”, non può che riportarci a situazioni e prese di posizione che, purtroppo, bene conosciamo. Così come il richiamo al trattato di Le Touquet (firmato nel febbraio del 2003, è un’intesa che mira a regolamentare la gestione dei flussi migratori tra Francia e Inghilterra e di fatto stabilisce che le frontiere francesi siano sorvegliate dagli inglesi e quelle inglesi dai francesi. Sulla carta sembra un accordo simmetrico. Il problema è che nessun migrante cerca di passare dalla Gran Bretagna alla Francia uno dei Paesi europei considerati meno appetibili, mentre a migliaia tentano ogni anno con tutti i mezzi, e spesso mettendo a repentaglio la propria vita, di passare dalla Francia alla Gran Bretagna dove le leggi sul lavoro sono più flessibili, i controlli sull’identità delle persone meno frequenti e le comunità straniere più unite, senza contare che molti migranti masticano l’inglese) non può che ricongiungerci alla realpolitik di governi troppo, per non dire solo, interessati a consolidare la propria autoreferenzialità a scapito di quelli che sono, sarebbero, dovrebbero essere, i crismi fondanti di una società civile e moderna.

Un’ultima nota, infine, per citare l’autore delle foto che accompagnano questo scritto: lui è Jérôme Sessini (“… non mi piacciono le categorie rigide. A volte c’è arte nel giornalismo e giornalismo nell’arte. Coscienza, cuore, bellezza, equilibrio e perdita di equilibrio sono essenziali per me …”), francese, nato nel 1968 e membro di MagnumPhotos dal 2012.

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