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La Pazza Gioia, meglio un’amica di una gamba

Dopo Il Capitale Umano, Paolo Virzì con La Pazza Gioia, aiutato nella scrittura da Francesca Archibugi, ritorna alla commedia, quella commedia italiana da risate sincere, momenti di commozione e sorrisi di piccole verità. Il film è la storia di due donne che hanno in comune solo il fatto di essere entrambe ospiti in una comunità terapeutica per disagio mentale in mezzo alla campagna. Beatrice, una splendida e svaporata Valeria Bruni Tedeschi, sofisticata ed eccentrica, esagerata e logorroica, ricoverata per schizofrenia aggressiva, diventa amica della neo-arrivata, la più giovane Donatella, una magrissima Micaela Ramazzotti, timida e taciturna, di umili origini, che nasconde segreti impenetrabili. Improvvisamente e quasi per caso le due donne scappano su un autobus e da questa fuga poco programmata decidono di darsi alla pazza gioia. Non c’è l’intento di evasione, quanto quello di cercare di essere serene almeno per un po’. E così, quasi senza coscienza – d’altronde sembra proprio che secondo le perizie loro siano fatte così – si scontrano con il mondo fuori che secondo la stessa definizione di Virzì “è un manicomio a cielo aperto”- e forse lo è di più della piccola comunità agricola dove erano ricoverate e piantavano gli aromi. Le due amiche, Beatrice che cova l’illusione di poter ancora essere considerata l’altolocata moglie di che era un tempo, e Donatella che non ha mai smesso di pensare al figlio, si muovono maldestramente in un mondo di gente misera, uomini approfittatori, padri indifferenti, madri avide, tutti dominati dal proprio ego personale, sorreggendosi a vicenda. Il passato ritorna prepotentemente nelle loro vite e allora anche lo spettatore capisce che può essere davvero semplice cadere, cedere, quasi quanto mettersi a piangere e che quando succede – e può capitare a tutti, sia alla moglie di, che alla cubista da discoteca- nessuno ti può salvare. La psichiatra della comunità, l’unica che le ascolta, le può aiutare. Ma loro si possono salvare solo da sole. E allora l’amicizia – quella spontanea, poco artificiosa, improbabile – ecco quell’amicizia, è l’unica cosa che dà un senso a questo salvataggio. Che ti fa rialzare perché forse ne vale la pena.

Villa Biondi dove sono ospiti Beatrice e Donatella è una delle tante comunità terapeutiche che sono state istituite con la legge 81 del 2014 che, dopo la Legge Basaglia, prevedeva la chiusura dei 6 Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) italiani: Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Napoli, Aversa e Barcellona Pozzo di Gotto. In molti di questi Opg la situazione era infatti disperata: sovraffollamento, scarse condizioni igieniche, trattamenti non adeguati alle malattie dei pazienti. Il 30 marzo 2015 è scaduto il nuovo termine di chiusura ma ancora questi ospedali esistono. Dove possono infatti essere ricoverati i malati? In famiglia? E chi aiuta le famiglie? Le comunità dedicate a percorsi di reinserimento individuali potrebbero sicuramente essere una soluzione, ma quante ne esistono oggi? Un bel fumetto di Graphic News illustra con immagini la situazione di oggi.

Mi ricordo che tempo fa seguii un incontro sulle attività d’arte che venivano svolte dentro a uno degli Opg italiani. L’educatrice mostrò alcuni disegni dei pazienti – e uno in particolare mi colpì molto. Rappresentava un uomo piuttosto stilizzato, tratto di biro nera su carta, con un paio di calzoncini a pois, che si portava in modo piuttosto contorto il piede vicino all’orecchio. E sotto c’era scritto “Persona che tenta di ascoltare la propria gamba non avendo nessuno con il quale parlare”.
Forse il vero problema di chi è malato, ma anche di chi è sano, è che avremmo solo bisogno di qualcuno che sappia ascoltarci.

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Sono Francesca, giornalista pubblicista, pigra e appassionata di cinema e libri. In questa rubrica parlo di quello che vedo, leggo e che mi ispira.