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Ossigeno, sospensione, immersione, spinta, scivolamento, apnea, controllo del galleggiamento, sordità, vista alterata, riemersione, bacio veloce al blocco di partenza – se fossimo in un film -, respiro, recupero; e di nuovo. Allenarsi è adattare il corpo a sopportare stress crescenti. Una forma di attesa verso la resistenza, una resistenza fatta di attesa. Relazione biunivoca viziosa se l’obiettivo è la prova costume a Lido di Savio il primo sabato di maggio in cui non pioverà.

A un certo punto non si ha più voglia di andare in piscina. Ci si è dati un obiettivo insuperabile, e gli obiettivi sono insuperabili quando ci si accorge che sono sottesi da bugie raccontate con molta convinzione. Si sono provati due metodi per affrontare le vasche a stile libero in multipli di otto:  contate dalla prima all’ultima, o viceversa, dall’ottantesima alla prima. E’ stato utile per scoprire se si ha l’indole degli scalatori o quella di flagellanti in attesa della fine.

Quando si rinuncerà, ci si chiederà se si amava o se si detestava quello che si stava facendo. E’ il migliore traguardo. Per chi va in tachicardia davanti a un piatto di tagliatelle o per i bradicardici da divano, arriverà il momento di mettere il cardiofrequenzimetro dentro a un cassetto. Si osserverà lo scorrere della sabbia dentro alla clessidra, la cui ondulazione sarà interessante come quella dei fianchi di una donna in buona salute.  Finalmente incapaci di reggere le sfide, perché le sfide per obiettivi futili costano fatica. La prova costume si è già affrontata inconsapevolmente in quelle serate nebbiose di novembre in piscina, seguite da un pasto di consolazione ipercalorico e dall’insonnia prodotta dall’adrenalina in circolo.

La conclusione dell’anno sportivo segna il time out dei buoni propositi. Sia l’occasione per accettarsi: normali, né poeti del corpo né atleti dell’anima. E’ già difficile avere un corpo e un’anima. Figurarsi il resto.


L’immagine è di Lorenzo Rondali.
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