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La promozione della Fortitudo e Virtus alla finalfour

Si scherza, ovvio.
E scherzando, adesso che tutti i cieli di Bologna (ma quanti cieli ci sono a Bologna? Se si parla di basket, almeno due) sono tornati più sereni e splendenti, si può dire che dopo il torneo dei bar vinto dalla Fortitudo, la sfida scapoli ammogliati è stata appannaggio della Virus.
Nulla di offensivo, chiaro, nei confronti di due formazioni create, od aggiustate in corsa, per vincere quello che le rispettive carature potevano permettere (e ricordando come, in molti casi, sia difficilissimo mantenere le promesse o le premesse iniziali). E però è doveroso sottolineare come il livello medio della LNB e della Champions (che si chiama così anche se ai nastri di partenza non c’è una squadra una che abbia vinto il proprio campionato, se non uno di quei tornei che dir minori è poco, e che conseguentemente è, in ordine d’importanza per il parterre delle partecipanti, ma non per l’ammontare del premi previsti attenzione, la terza competizione europea dopo le due organizzate dalla Euroleague) sia
davvero poca cosa (basta ripensare alla battuta, significativa dell’umorismo serbo, con coach Mihajlovic lodò l’amico Djordjevic in occasione dell’ottavo di finale della Virtus contro LeMans facendo però notare che avrebbe vinto ugualmente anche facendo giocare cinque tifosi presenti sugli spalti estratti a sorte).

Ricordato questo però, la pochezza degli avversari, lode ai vincitori (sicuri quelli della Fortitudo, ancora in gioco i virtussini, ma già essere arrivati ad una finalfour dopo dieci anni è davvero, come si dice oggi, tanta roba).
Lodati quelli che sono da lodare, si pensi però, ai piani alti, già a costruire perché se è vero che raggiungere un livello di eccellenza (sia esso una promozione o una finale europea) è di per sè difficile, mantenere quella posizione o quel traguardo è ancora più difficile.
La Fortitudo allora. Io ero, inutile nasconderlo, tra quelli non convinti dalla decisione dell’Aquila di dotarsi di una squadra di vecchietti, per quanto terribili; pur non potendo negare l’alto tasso di qualità tecnica, non mi nascondevo l’inaffidabile cifra atletica del team, pronosticando una possibile (anche se sulla carta più combattuta di quanto si sia dimostrata nella realtà) vittoria del girone con conseguente immediata promozione paventando, in caso contrario, una certa debacle negli sfiancanti ed assurdi playoff successivi. Avendo vinto il proprio girone, e senza mai esser stato messo in discussione il suo essere capobranco, la controprova non ci sarà, ma proprio per questo bisogna cominciare (come d’altronde sembra
già essere in atto) a costruire per il futuro. A partire dalla conferma del coach, quell’Antimo Martino che, per la prima volta al comando di una big ed obbligato ad ottenere risultati, non ha certo tradito, anzi: gran parte del merito per la fulgida cavalcata della F va infatti ascritta all’allenatore, alla sua capacità di normalizzare (quando troppo spesso dell’anormalità in casa Fortitudo si era fatta una bandiera inspiegabile ed inadatta ad una società che voglia pensare da grande) anche situazioni che sarebbero potute deflagrare (impensabile con altri folcloristici personaggi alla guida, ad
esempio, la gestione di capitan Mancinelli tenuto a riposo anche quando sembrava essere tornato a disposizione). A seguire, non si potrà prescindere da Fantinelli, protagonista finalmente di un’annata continua come rendimento, e da Pini, bella sorpresa, che hanno contratto; con loro, e nessuno si offenda, il decimo e undicesimo posto, o poco più, sono
occupati. Ne mancano otto o nove, tra cui tutto il quintetto. La speranza è che non si vogliano pagare debiti di riconoscenza (l’esperienza Virtus di due anni prima dovrebbe insegnare qualcosa): degli antichi marpioni, Mancinelli, Rosselli, il più scarso dei fratelli Cinciarini, l’inutile Delfino, nessuno può garantire l’impatto che la serie superiore imporrà
e se proprio proprio si vorrà insistere, ne basterà uno solo. Dei due americani, Hasbrouck in Lega A l’abbiamo già inadeguatamente visto; l’altro, Leunen, sarebbe ancora buono, ma ne avrà voglia potendo, al piano di sotto, contare su contratti lucrosamente riposanti? Gli altri, per finire, i comprimari, Sgorbati, Benevelli, Venuto, non potrebbero certo ricoprire un ruolo se non ancor più comprimario.

Lavorare quindi, bisognerà, con occhi aperti, e tanta competenza. Adesso la Virtus che il suo campionato lo sta ancora giocando, nulla è deciso, ma la testa, ormai è chiaro, spinge alla finalfour di Anversa. In questo caso, quindi, nessuna previsione sul roster futuro. Solo una ulteriore disamina sulla squadra che dovrà concludere quest’annata. Salvifico, e in questo caso il capo è già stato cosparso di cenere, l’ingaggio di coach Djordjevic.
Troppo in ritardo, forse, per salvare il campionato, determinante, forse, se verrà il regalo più bello della Coppa. Determinante perché, vista troppo spesso la squadra sciogliersi nei momenti in cui, invece, bisognava calarsi nelle tempeste, il ritorno contro Nanterre (mica una brutta squadra, ma brutalizzata in un primo quarto di rara intensità e poi mantenuta sempre in un limbo da cui non sarebbe mai potuta uscire) ha forse mostrato un nuovo volto della vecchia Virtus. Cattiveria, durezza, faccia (tosta), voglia (di non arrendersi): queste le novità in casa Vnera, atteggiamenti impossibili da ottenere prima della sostituzione di coach Sacripanti, ottimo allenatore ma che probabilmente paga limiti caratteriali nei confronti di giocatori dal pedigree ingombrante. Merito, anche in questo caso, del subentrante, Sasha
Djordjevic, un califfo dei bei tempi che furono, uno che ha giocato, e vinto, tantissimo da giocatore, con la ciliegina di un assaggio di NBA, e da allenatore fu comunque subito considerato un predestinato (solo grandi team: Milano, Treviso, Panathinaikos, Bayern) e il fregio del triplo argento da headcoach della Serbia alle Olimpiadi di Rio, ai mondiali spagnoli
ed agli europei turchi; un allenatore che non ha problemi a sovvertire le gerarchie stabilite, ridare campo e minuti a BaldiRossi, lasciare a riposo ora Aradori, fuori forma, ora Pajola, non funzionale, relegare in panca Taylor quando ne combina qualcuna delle sue, o in tribuna il crack del mercato Chalmers.

Ecco, proprio Mario Chalmers, uno che ha giocato, e vinto, in NBA da giocatore vero e non da sventagliatore di asciugamani, uno che si è presentato con umiltà e forza d’animo encomiabili, potrà essere decisamente la variabile che sposterà l’ago della bilancia. Da che parte, si vedrà, ma la sensazione è che uno così sarebbe bello non lasciarselo scappare per l’anno venturo.


In ultimo, e già che ci siamo, un ultimo pensiero per l’Olimpia Milano 8e per estensione per tutto il basket italiota) che, ancora una volta non riesce a superare lo scoglio dei gironi eliminatori di Euroleague. Dimostrando, una volta di più, la pochezza e l’insipienza del progetto milanese: giocatori presi come fossero figurine (per una collezione di seconda scelta, oltretutto) guidati da un allenatore che conferma le ombre di vittorie sospette negli anni oscuri di Siena ladrona e a capo di tutto un presidente intento solo a proclami buoni per i bauscia. Questa squadra è quella che da anni dovrebbe
far il vuoto in Italia (e non ci riesce) la dice lunga sullo stato precomatoso del basket nazionale. Speriamo di sbagliarci ma a nulla sembrano valere belle realtà (anche se poi alcune si dimostrano poco altro che montature) e la realtà è costituita da società che nascono e falliscono con la rapidità della fioritura dell’Echinopsis o dell’Hemerocallis.

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