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“La scala di ferro”: viaggio nel Simenon “NoMaigret”

Certo non si tratta de “La Comédie humaine” che Honoré de Balzac scrisse tra il 1836 ed il 1850.

Ma se prendi uno qualsiasi dei romanzi NoMaigret di Simenon (in questo caso “La scala di ferro”, ma, come detto, sarebbe lo stesso qualunque tu prendessi) ti trovi esattamente dove forse il padre della patria (letteraria) francese già più di cinquant’anni prima voleva essere: all’interno di una umanissima commedia umana, dolente quasi sempre e cinica ma anche, a sussulti, tenera ed ironica ed indifesa.

Basta d’altronde lasciarsi trasportare dai semplici titoli (titoli che, manco a farlo apposta sembrano voler suggerire le varie fasi, intitolare i vari capitoli di una, appunto, commedia, farsa a volte dramma altre) per ritrovarsi proiettati all’interno di una, varie stagioni di vita vissuta seguita nelle sua varie fasi, analizzata nei suoi vari aspetti, raccontata nei suoi alti e nei suoi bassi. E così, nel dipanarsi di una vita, di più vite così fittamente intrecciate tra di esse da far pensare di trattarsi, alla fine, della stessa storia, della stessa storia della stessa vita raccontata e narrata in momenti diversi e maniere diverse e con sentimenti diversi da narratori e cantastorie diversi, ci si potrà cullare nell’illusione di un tranquillo menage e di una serena esistenza seguita nelle sua varie fasi, analizzata nei suoi vari aspetti, raccontata nei suoi alti e nei suoi bassi (La casa sul canale, Le finestre di fronte, Persiane verdi, La finestra dei Rouet, Tre camere a Manhattan, Il trasloco, Il pensionante), una vita affollata di amici e conoscenti (La Marie del porto, La vedova Couderc, Il primogenito dei Ferchaux, La zia Jeanne, Maria la strabica, I fratelli Rico, La morte di Belle, Il grande Bob, Betty, Le sorelle Lacroix, Le signorine di Concarneau), una vita affollata di amici e conoscenti ai quali, in ogni caso, bisognerà dar conto dei rapporti a volte così intrecciati e faticosi, altre volte sereni e semplici, rapporti ed amicizie che a volte possono incrinarsi o anche solo mutare o ancora scoprirsi diversi, altro, da quello che ci si immaginava (La verità su Bébé Donge, Il rapporto del gendarme, La fuga del signor Monde, Il destino dei Malou, Il testamento Donadieu, I conti sbagliati di Malétras, Il fidanzamento del signor Hire, I funerali del signor Bouvet); il discorso, lo stesso, si potrebbe estendere agli sconosciuti, tanti e fantasmatici (Turista da banane, Il ricco, Il figlio, Il lungo uomo negro, La ragazza del peccato, Provinciali a Parigi, I clienti di Avrenos, Il clan degli ostendesi, Il borgomastro di Furnes, L’orologiaio di Everton) che vivono, avendo con la nostra solo sporadici e flebili incontri, una vita, la loro vita, una vita parallela alla nostra, una vita, alle volte, spesso, più pericolosa, più nera (L’evaso, L’assassino, I tre delitti dei miei amici, L’uomo sospetto, I testimoni, I complici, La prigione, Passeggero clandestino, Lettera al mio giudice, Gli innocenti, Gli sconosciuti in casa, Sangue alla testa) mentre noi, sognatori, ci culliamo nell’illusione di poter prenderne possesso, della nostra vita, e viverla magari serenamente, abbandonandoci ad un quieto tran-tran, ipnotico e metodico (Treni nella notte, L’uomo che guardava passare i treni, Il treno, Il fondo della bottiglia) mentre il tempo, attorno a noi, passa veloce e inesorabile nel rincorrersi delle stagioni (La neve era sporca, Germogliano sempre i noccioli, Novembre).

E così, anche in questo “La scala di ferro”, ciò che sembra NON è mentre ciò che sembra non poter essere, invece E’.

Anche qui, comunque, una vita tranquilla, un noioso e ripetitivo menage (“… tutta una serie di piccole abitudini, frasi fatte che però,nel loro gergo segreto ed intimo rispondono a tutta un serie di segnali in codice …”) sembra poter nascondere chissà quali segreti, chissà quali rivelazioni (“… non provava rancore e avrebbe giurato che lei stessa non provava odio nei suoi confronti e che, forse, le capitava persino di avere pietà di lui …”) mentre invece, chissà, potrebbe anche solo trattarsi semplicemente (semplicemente?) di un episodio di mal sottile (“… quando stavano abbracciati stretti, corpo a corpo, e lei si accaniva su di lui come se avesse voluto distruggerlo …”).

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