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Questo Luca D’Andrea, autore de “La sostanza del male”, è uno di riconoscibili, ancorché buone, letture (Altieri, soprattutto, e poi la scuola dell’hard boiled americano con McBain in prima fila e sicuramente il Jean-Christophe Grangé de “I fiumi di porpora” e naturalmente il Salinger che regala il nome, anzi il cognome, al protagonista; e in fondo in fondo, perché no, anche un qualcosa dell’Evangelisti dell’inquisitore Eymerich). Ed è certo anche un guardone curioso e rigoroso del grande cinema di evasione se al ridondante orrore con cui conclude il capitoletto iniziale, così debitore alla chiusa dell’“Apocalypse now” di Coppola, fa seguire continui riferimenti e successioni temporali scandite sulla falsariga di quelle de “Il patto dei lupi” di Christophe Gans (e quante apprensioni simili generano l’assillante presenza/assenza della Bestia del Luberon in quello e dello Jackelopterus Rhenaniae in questo) mentre l’ambientazione montanara e la caratterizzazione dei suoi abitanti e delle loro condizioni socioculturali non può che rimandare a ”Shining” di Kubrik, allo stesso “I fiumi di porpora”, la pellicola di Mathieu Kassovitz, e a tutta una serie di film in cui l’horror latente, nonostante l’ambientazione in grandi spazi aperti, risulta claustrofobico (e il cui capostipite indiscusso è senz’altro il “Tranquillo weekend di paura” di John Boorman anche se in questo forse esagero, essendo D’Andrea giovane, forse troppo giovane) nonché, naturalmente, quel “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” di cui D’Andrea saccheggia il titolo originale (“Jeremiah Johnson”) per regalarne il nome, Jeremiah, al proprio protagonista (Jeremiah Salinger per l’appunto).
Ma se anche le fonti ispiratrici possono sembrare promettenti, il fatto che editori di tutta Europa se ne siano assicurata l’edizione con aste anche economicamente sanguinose, la dice lunga sullo stato comatoso e pernicioso dell’editoria italiana in particolare ed europea in generale.
Intendiamoci. Scritto, il romanzo è scritto anche bene (anche se). Il plot denota discreta inventiva (anche se). Certa caratterizzazione dei personaggi è interessante (anche se). Rimangono, però e per l’appunto, tutti quei anche se.
Certo, le sensazioni che regalano le descrizioni della montagna, del suo ergersi a forza ancestrale ed indomabile, sconosciuta ed incombente o quelle della vita in paesini ancora adesso isolati nello spazio e nel tempo, o quelle infine del percorso sotterraneo di rancori, gelosie, cattiverie, fobismi assortiti, razzismi e speculazioni che conducono e governano la vita dei pochi ed inselvatichiti abitanti, sono forti e regalano pagine di vibrante e sanguigna letteratura. È tutto quello che ci sta attorno che è ridicolo.
A partire dai personaggi principali, incredibili e tutti sopra le righe. In primis, lui, Salinger, il protagonista che parla, e ragiona, come fosse in un comics impegnato nella parodia del badboy di un Tvmovie; ed anche gli altri personaggi, con il divenire della storia e l’approfondirsi degli stereotipi, risultano smaccatamente non verosimili, non credibili (fatta salva la figura di Clara, la figlia cinquenne, tratteggiata con bella profondità e partecipe empatia).
Per continuare con la storia e il suo dipanarsi, troppo insistita tanto da risultare appiccicata, un pretesto, in pratica, per raccontare quello che si vorrebbe ci fosse, ma in realtà, alla fin fine, non c’è.
E poi la pomposità dell’assunto, il credere quasi che ogni frase detta possa risultare l’ultima, quella finale, conclusiva e decisiva, la frase definitiva che farà comprendere, o implodere, questo mondo autoreferente e concluso in sè stesso.
Ma la cosa peggiore, sono i ripetuti coup de théâtre quasi la lezioncina appresa non fosse stata ben assimilata. Spiego. Nelle scuole di scrittura creativa, almeno quelle che avrebbero dovuto insegnare a scrivere per la TV, trama, soggetti, trattamenti, oppure romanzi d’avventura o gialli o, veniva insegnato (e forse ancor oggi) che a cadenza regolare dovesse essere previsto un colpo di scena che in qualche modo concludesse quanto accaduto fino a quel momento e al contempo preludesse a ciò che sarebbe successo di lì a poco. Ed è a questo punto che D’Andrea deve essersi distratto. Perché praticamente ad ogni fine di capitolo (capitoletto, in verità, e sono davvero tanti) c’è l’insinuazione di quello che lui crede essere un, ma che diventa uno stanco refrain. E se questo meccanismo venisse adottato per la spiegazione finale (anche quella appiccicata a posteriori, parrebbe) andrebbe anche bene, ma se ciò che dovrebbe attivare l’attenzione e spingere a proseguire con ansia la lettura lo inserisci alla 3^ pagina, e poi alla 5^, all’8^ ecc…
La critica, comunque, è unanime nell’incensare “… il trentaseienne Luca D’Andrea che per scrivere “La sostanza del male” ha avuto il coraggio di scalare (arrivando a essere venduto in ben trenta Paesi), armato di piccozza, le pareti della letteratura di suspense internazionale. Munito di ramponi da ghiaccio, si è portato dietro chiodi e corda imparando il linguaggio della gente di montagna. Ha sfidato la diffidenza delle piccole comunità e ne ha svelato i cupi segreti avendo il coraggio di lanciarsi nel vuoto e di urlare nonostante il rischio di valanghe. La Natura prende la Natura dà, dice uno dei personaggi di Siebenhoch, e lascia aperto il dubbio se si tratti di una formula di pace e conforto o invece di una maledizione. E la Natura è la vera protagonista, una natura che si incarna nel Bletterbach, una gigantesca gola nei cui fossili si può leggere l’intera storia del mondo (è come se in quel luogo si fosse risvegliato qualcosa di spaventoso che si credeva scomparso, antico come la Terra stessa), una natura incombente, indomabile, in bianco e nero proprio come i film di montagna che Luca D’Andrea pare conoscere molto bene …”.
Parole in libertà, che si inseguono come formulette di un teorema indimostrato e indimostrabile. Ma che forse possono incuriosire. Sarei curioso. Che qualcuno legga e dopo mi faccia sapere.

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