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La vecchiaia non è una battaglia. La vecchiaia è un massacro …

Due grandi vecchi della letteratura mondiale (uno inglese, l’altro ebreo statunitense) si fronteggiano con due piccoli romanzi, entrambi di una decina di anni fa, entrambi che scavano nell’intimità più privata dei rispettivi personaggi.

Da una parte abbiamo Edward e Florence, i due teneri e ingenui, incongrui e assai mal assortiti, stupiti e tutto sommato stupidi protagonisti di “Chesil Beach” di Ian McEwan; dall’altra abbiamo il protagonista senza nome, l’ “Everyman” di Philip Roth, che parrebbe quasi, nel suo proporsi come ideale epigono dei tanti personaggi alterego dell’autore, dallo svedese di “Pastorale Americana” allo Zuckerman narratore e protagonista esso stesso di tanti altri sui romanzi, il già citato “Pastorale Americana” incluso, concludere la storia letteraria di Roth (ma nessuna paura, altro seguirà).

Piccoli romanzi li abbiamo definiti. E piccoli sono, ma solo perché, realmente, di un centinaio di pagine, poco più, ciascuno. In realtà, invece, quanta complessità, quanta ponderosità, in queste novel che, sì, di formazione si potrebbero definire. E se nel caso del primo, “Chesil Beach”, davvero si può parlare di formazione alla vita dei due innamorati confusi (siamo nel 1962 e la storia coglie Edward e Florence, storico appena laureato il primo, violinista di forte carattere e splendente futuro, ma ancora non lo sa, la seconda, durante la cena intima che conclude la giornata del loro matrimonio nello splendido ma decadente hotel vittoriano sulla spiaggia, appunto, di Chesil), nel caso del secondo, “Everyman” di Roth (non casualmente debitore del titolo ad una morality play inglese del tardo XV secolo) si può tranquillamente parlare di formazione alla morte.

Vita&Morte, dunque. E se non si può negare che in “Chesil Beach” ci sia, costante, un afflato forte e persistente alla vita (siamo nel 1962, ricordiamo, e la rivoluzione giovanile del ‘67/’68 pur ancora lontana ed inimmaginabile inizia comunque ad insinuarsi nei pensieri dei giovani d’allora, “… i conservatori ottusi, ancora impegnati a combattere l’ultima guerra, ancora pieni di nostalgia per la disciplina e le privazioni belliche, avevano fatto il loro tempo. La sensazione di Edward e Florence che un bel giorno non molto lontano il paese sarebbe cambiato in meglio, che nuove energie come vapore compresso premessero per venire a galla, si mescolava all’euforia della loro avventura d’amore. Gli anni ‘60 erano il decennio del loro ingresso nella vita adulta, perciò sentivano di appartenervi. I fumatori del piano di sotto, avvolti nei loro golf dai bottoni argentati, con in mano un doppio Caol Ila al malto, in mente i ricordi di campagne in NordAfrica e Normandia e sulle labbra calcolati residui di gergo militare, non potevano avanzare diritti sul futuro. Tempo scaduto, signori, prego! …”), altrettanto sarebbe impossibile non vedere come la morte sia presenza costante e ineluttabile del Joe Doe (così viene definito nel crudo gergo poliziesco statunitense lo sconosciuto vittima di crimine violento e di cui si ignora la vera identità) di Roth. Il romanzo, infatti, si apre con il funerale del protagonista, ed è pervaso da continui incontri con la morte: dal primo, sconvolgente, sulle spiagge idilliache delle sue estati di bambino, a quando, operato per un’ernia, vede, o meglio intuisce, morire il bambino ricoverato accanto a lui (“… voltandosi a guardare l’altro letto, vide che avevano tolto le lenzuola. Nulla avrebbe potuto illustrargli l’accaduto meglio della vista della fodera spoglia di quel materasso e dei cuscini senza federa accatastati in mezzo al letto vuoto …”); o quando ancora, ormai vecchio e straziato dall’osservazione del deterioramento patito dai suoi coetanei e dei suoi stessi tormenti fisici, vede scomparire prima Millicent, una sua allieva di adesso quando, ritiratosi in un esclusivo rifugio per anziani sulle spiagge della sua fanciullezza, si è inventato istruttore di disegno ( “… dieci giorni dopo Millicent si uccise con un’overdose di sonniferi …”) e poi i suoi vecchi colleghi dei tempi da pubblicitario di successo presso un’agenzia newyorkese (“…  il primo, Brad Kerr, era stato ricoverato all’ospedale per una depressione con tendenza al suicidio; il secondo Ezra Pollock a settant’anni aveva un cancro terminale; il terzo, aveva sofferto per anni di disturbi cardiaci e degli effetti di un colpo e lui rimase a bocca aperta davanti al suo ritratto nella pagina necrologi del Times: Clarence Spraco, innovatore della pubblicità, muore a 84 anni …”).

Però, esulando dal dichiarato, nel profondo dell’opera, lasciandosi trasportare dalle sensazioni della lettura, quello che emerge è una completa trasposizione, un’inversione, praticamente, di quanto appena detto. Quasi la morte, mai menzionata nel racconto delle disavventure dei due improvvisati innamorati di McEwan, aleggiasse con le sue ali nere, con la sua spettrale incombenza, sulle vite incompiute e immature di Edward e Florence. Mentre, dall’altra parte, è come se la vita, così messa in sordina da tutta la morte presente e presentata nel romanzo di Roth, volesse riprendere il suo ruolo, quasi a urlare “… non poteva andare via. La tenerezza che sentiva era incontrollabile. Come il desiderio irresistibile che fossero tutti ancora vivi. E che tutto potesse ricominciare da capo …”.

Vita&Morte, allora, magari intrecciate, ma sempre Vita&Morte. Ma anche Eros&Thanatos, a ben vedere.

È singolare, infatti, come i grandi scrittori, raggiunta la soglia della età matura (ben più che matura) arrivino tutti a dilungarsi, scoprendosi eccezionalmente prodighi di particolari pruriginosi e alquanto voyeur, su esperienze erotiche, ma più, su scene esplicitamente pornografiche, a volte, il più delle volte, del tutto astruse al divenire del plot narrativo, ma che tanta più significanza acquisiscono nel momento in cui, quasi fosse un deterrente l’ironia auto compiaciuta con cui il protagonista senza nome di Roth si autodefinisce ex serial husband, si parli di morte.

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