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L’arte di falsificare

La notizia. “Tre persone indagate e 21 opere sequestrate nell’ambito dell’inchiesta della procura di Genova sui presunti falsi esposti alla mostra su Modigliani a palazzo Ducale”. Una mostra, quella genovese, che in quattro mesi è stata visitata da quasi 100 mila visitatori, di cui la Fondazione che gestisce Palazzo Ducale ha deciso, “… confermando la propria fiducia nella magistratura e riservandosi di tutelare in ogni sede i propri diritti e la propria immagine, a fronte degli accertamenti investigativi ancora in corso, sceglie autonomamente per rispetto del pubblico e dei visitatori di anticipare di tre giorni la conclusione …”.

L’inchiesta, affidata ai carabinieri del nucleo operativo tutela patrimonio culturale di Roma, è partita da un esposto del collezionista d’arte toscano Carlo Pepi. Era stato lui a sollevare dubbi sull’autenticità e sull’attribuzione di alcune opere esposte, supportati da una dichiarazione dello studioso d’arte Marc Restellini che aveva scritto: “Questa mostra è dubbia e ho dovuto segnalare questa situazione alle autorità italiane non appena ho visto il contenuto. L’Istituto conosce queste opere, si tratta di falsi, disponiamo di tutta la documentazione e prove scientifiche per confermarlo. Si tratta di falsi noti per almeno un terzo dei dipinti esposti”.

Per cercare di capirne di più, riportiamo uno stralcio da una dichiarazione di Tomaso Montanari, storico dell’arte, professore universitario, editorialista e blogger italiano, allievo di Paola Barocchi alla Scuola Normale Superiore di Pisa, professore ordinario di Storia dell’Arte moderna all’Università degli Studi di Napoli, collaboratore del “Fatto” e del “Corriere della Sera”, insignito con la coccarda di Commendatore, assegnatagli dopo la denuncia del saccheggio della biblioteca napoletana dei Girolamini dal Presidente della Repubblica per l’impegno a difesa del patrimonio nazionale: “… il problema non è l’industria dei falsi di un singolo artista ma l’industria delle mostre … più le finanze degli enti locali sono al collasso, più si organizzano mostre … inutili, senza alcuna preparazione scientifica, senza alcun spessore culturale. Invece di … riportare i cittadini al patrimonio monumentale, spesso accessibile gratuitamente, si continua a metter su carrozzoni espositivi a pagamento (e i nomi sono sempre quelli: Van Gogh, Caravaggio, Leonardo, Modigliani, gli Impressionisti in tutte le salse, Picasso, Dalì). A premere è un’agguerrita industria che tiene insieme società specializzate, curatori seriali, storici dell’arte compiacenti e giornali sempre più a corto di pubblicità. E gli assessori alla cultura, privi di ogni bussola culturale, non chiedono di meglio di una provvidenziale mostra fornita chiavi in mano. In questo contesto non è difficile creare le condizioni ottimali per ripulire opere d’arte dubbie per provenienza o per attribuzione … e così via in una sorta di grande riciclaggio dell’arte spesso fatta a spese pubbliche … quel che conta è creare un curriculum; dopo essere stato esposto in due o tre grandi mostre, anche il più impresentabile “Modigliani” diventa vendibile. Specie in un mondo di collezionisti che non agiscono per passione, ma per investimento e che dunque giudica i quadri non con gli occhi della conoscenza, ma con le orecchie del sentito dire. Mario Vargas Losa ha scritto dell’esistenza di una “mafia dell’arte contemporanea”. La “mafia delle mostre” è forse ancor più insidiosa perché è riuscita a creare un sistema all’apparenza perfettamente naturale …”.

In realtà, la notizia dei falsi Modigliani (che riporta alla mente la beffa delle sculture made in Black&Decker ritrovate a metà anni ’80 nel canale di Livorno) mi spinge ad una considerazione, visto che vengono citati, tra gli altri autori saccheggiati, anche Dalì e VanGogh, riguardo le recenti mostre “DalìExperience” e “VanGoghAlive” che così tanto successo hanno riscosso in città. Certo, in questo caso, non di falsi si tratta (almeno non di falsi esposti). Ciò che di falso c’è in queste mostre, è l’approccio culturale, per non dire la cultura tout court, che viene messo in secondo piano a fronte di una spettacolarizzazione carnascialesca e superficiale che induce una sensazione fastidiosa di inutilità e ridicolaggine da baraccone da circo Barnum. Per spiegare. Nel 1972, in un film di Valerio Zurlini, “La prima notte di quiete”, un giovanissimo e affascinante Alain Delon, professore dai burrascosi trascorsi impantanato in una Rimini autunnale, accompagnava una altrettanto giovane e fascinosa Sonia Petrova, a Monterchi per mostrarle “La Madonna del parto” di Piero della Francesca. Appena raggiunta l’età della patente, o quella della ragione (risparmiarsi risolini e facili battutine), accompagnai anch’io le fidanzatine, o le amiche, del momento a vedere la Madonna. Si arrivava a Monterchi, se era domenica di aspettava che terminasse la partita della squadretta locale (e di cui il custode della cappella era dirigente o qualcosa di simile) e poi si entrava in questa chiesetta, con pochi spiccioli si accendeva un’illuminazione senza dubbio non consona e ci si trovava immersi nella magia.

Anni dopo, nell’era degli importanti restauri sponsorizzati, l’affresco, restaurato accuratamente, è stato trasposto in un piccolo, tecnologico, museo costruito appositamente. Certo, come in tante altre occasioni all’epoca accadde, fu duramente contestata la riscoperta di colori troppo intensi, troppo violenti, molto, forse troppo, moderni. Ma non è questa la sede, ed io non ne avrei la capacità, per criticare scelte effettuate da chi, evidentemente, ne aveva la possibilità, la capacità, l’autorità.

Ora, tanti anni dopo, rimane solo il ricordo di quella cappelletta un po’ in disarmo, di quell’affresco dai colori un po’ spenti, dell’emozione che ti prendeva, solo davanti a quella inimmaginabile visione. Quella, la Madonna che si poteva pensare arrivare dritta dal Rinascimento, regalava davvero la dimensione di Piero. Questo, tutto questo che lo circonda adesso, invece fa tanto Disneyland.

 

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