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“L’assassinio di un immortale”: viaggio nel Mediterraneo con Markaris

« I registi vengono assassinati, i poliziotti scrivono poesie, le case editrici diventano sale da ballo di musica popolare per gli intellettuali e la Grecia va tutta al diavolo.»

Leggo queste righe, le righe iniziali de “L’assassinio di un immortale” di Petros Markaris, e penso a quello che Pietro disse una volta (Pietro è la persona che frequento che più conosce la Grecia. Questione di affinità, elettiva; questione di passione; o anche solo lunga frequentazione, visto che ci passa almeno un mese all’anno, e questo da parecchi anni) e cioè che, per conoscere veramente la Grecia, per comprendere quello che vi sta succedendo, per capire, forse, quello che si potrebbe fare, più di tanti dibattiti, tavole rotonde, simposi di esperti o pseudo tali, basterebbe leggere un romanzo di Markaris.

Questo vale, naturalmente, anche se, come in questo caso, non si tratti di un romanzo, bensì di una raccolta di racconti. Una raccolta i cui racconti spaziano, come dice il sottotitolo, dalle rotte dei migranti alle indagini del commissario Charitos e non solo. Perché se infatti il primo racconto e l’ultimo (“L’assassinio di un immortale” che tratta appunto dell’omicidio di un immortale, un appartenente all’empireo degli scrittori greci, un eletto all’Accademia di Atene, come si può immaginare vero e proprio nido di vipere e malelingue e “Poems and Crimes”, ambientato nel mondo rutilante ma falso e velenoso dello spettacolo) vanno ad arricchire la saga del burbero commissario degno epigono di Maigret e riconosciuto compagno di viaggio di Montalbano, gli altri sei spaziano dalla ricostruzione storica (“Attentato in ritardo” che prende spunto dall’attentato ad Hitler del 20 luglio 1944 compiuto dal colonnello conte Von Stauffenberg) ad una denuncia dal forte impatto sociale (“L’arco di Pompei” in cui un prete ortodosso coraggioso, padre Ioannis Perdikis, non esita a rischiare in proprio opponendosi ad un sedicente Comitato di Lotta pur di aiutare i migranti novelli poveri tra i poveri), dalla narrazione, velata di malinconia e rabbia trattenuta, dell’epopea dei romei (ben tre i racconti che celebrano l’epopea nascosta e celata dei greci che abitavano nella Città, ovverossia Costantinopoli, ostaggi della storia e dei tanti ribaltamenti sociali e politici, due dei quali, “Tre giorni” e “Il cadavere e il pozzo” sono ambientati negli anni ’50 e l’altro, “Ulisse invecchia solo” ai giorni nostri) all’attualità contemporanea e metropolitana sempre permeata da una forte componente di minoranza (“In terre note” in cui un investigatore turco formatosi in Germania e che ha fatto di tutto per tornare a vivere e lavorare ad Istanbul, in visita al padre rimasto in Germania risolverà in un clima di tensioni e velato razzismo l’assassinio dell’amico più stretto del padre che voleva edificare una moschea).

Mai come in questo caso, mi sembra di poter affermare che Petros Markaris raccoglie in questo libro tutte le sfumature del suo Mediterraneo: il giallo, la critica sociale, il racconto autobiografico. Con la loro scrittura al contempo polifonica e dissonante, queste storie ci regalano situazioni al limite in cui eroi epici ma nel contempo umani, ognuno alle prese con un proprio bisogno profondo di risposte si muovono alla ricerca, una ricerca che richiederà abnegazione e sacrifici e per la quale varrà sicuramente la pena di battersi ostinatamente come novelli Ulisse dei nostri giorni, della verità della salvezza della giustizia

In ultimo, anche in questo caso, leggendo e lasciandomi trasportare dal suono e dal ritmo delle parole (« … Li guardo ballare e penso che noi greci abbiamo due movimenti sempre uguali per esprimere l’origine orientale delle nostre danze. Quando balliamo lo zeibèkiko allarghiamo le braccia e giriamo su noi stessi. E la danza si riduce a questo finché non termina la musica. E’ l’immagine che ci è stata appiccicata addosso dal film “Zorba il greco”, con quell’attore americano, anche se a dire il vero lui ballava una danza cretese e non un zeibèkiko …») non riesco ad esimermi dal focalizzare un quadro.

Che in questo caso non può che essere una delle roteanti Turcate di Mondino.

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