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Era in piedi davanti ai fornelli, capelli brizzolati, vestito lungo tutto nero e piedi nudi. Il silenzio della casa esaltava il bollire delle pentole; due pentole luride di fuliggine. Non sapeva cosa fare, d’altronde in tutta la sua vita non aveva saputo cosa fare, oltre ai lavori di casa. La teneva in ordine, la puliva e attendere il passare del tempo, svolgendo il lavoro del ricamo, per poi, quando giungeva l’ora, mettersi in piedi davanti ai fornelli e preparare i pasti al marito e al figlio.

Questo la aiutò a sviluppare e perfezionare alcune doti, come la pazienza, che era l’elemento essenziale del suo lavoro; il ricamo. Poi anche l’olfatto, così riusciva a individuare l’odore del cibo quando comincia a cuocere, quando era cotto e, a volte, quando si bruciava. Ma la cosa che perfezionò di più era l’attesa. Da quando era ragazzina sua madre la preparava ad essere donna; le insegnava come cucinare bene e come badare alla casa. Dopodiché era rimasta ad attendere il marito, che ora però non c’era più. La gioia della sua vita era suo figlio, l’unico figlio che era ormai tutta la sua esistenza. Fuori il sole scendeva dietro i boschi di palme, i suoi raggi si allontanavano sempre di più dalle finestre di casa, e un buio cubo avanzava per le strade e nelle case.

Lo spettro della donna faceva avanti e indietro, tra i fornelli e una fodera di cuscino che stava ricamando. Quando era sceso il buio, si alzò lentamente, posò la fodera e andò ad accendere una lampada a petrolio. Su Baghdad incombeva un buio macabro, quel buio che, negli anni del dopo il 2003, portava con sé l’odore della morte, poiché altro non regnava sotto il buio che il caos. Alcune case del quartiere avevano i generatori che le illuminavano, altre case povere, come la sua, avevano soltanto il lume delle candele o delle lampade a petrolio.

Appena accese la lampada le giunse all’orecchio il richiamo della preghiera; una dolce voce lo intonava, usciva dagli altoparlanti del minareto e si diffondeva per le strade e le case del quartiere. Anche a casa sua, fatta di una stanza, una cucina e una veranda davanti alla porta di casa, entrò quel dolce richiamo. E finché dorava non si sentiva tanto sola. Si diresse verso la cucina, ha spento i fornelli, poiché il cibo era ormai pronto e il suo odore si era diffuso in tutta la casa. Coprì la testa al lume della lampada, e stese un tappeto e si mise a eseguire la preghiera del tramonto. Vestita di nero come era, col suo corpicino esile, sembrava una sottile ombra che si inchinava e si prostrava a un Dio che aveva molto amato e sempre ringraziato, anche nei momenti più brutti della sua vita, anche quando le portarono il cadavere di suo marito, il corpo da una parte e la testa bucata dall’altra. Aveva sempre lodato Dio, tutta la vita. Poco prima di terminare la preghiera aveva udito un tonfo lontano, ed ebbe una stretta al cuore. Piegò accuratamente il tappeto e lo posò sul comodino, poi si diresse verso la finestra. Da lontano giungevano alle sue orecchie le sirene delle macchine di polizia e delle ambulanze.

Era abituata a sentire quei tonfi sordi e frequenti, fosse di giorno o di sera. Passate alcune ore, rivelavano le loro catastrofi: un numero sempre in aumento di morti, senza distinzione di età o di sesso. E ogni volta sentiva una stretta al cuore, soprattutto quando suo figlio non era in casa. Ora stava alla finestra, indagava nel cielo, nel buio, nel suo cuore, voleva sapere se la stretta al cuore era quella solita o una diversa. Ma nulla le aveva dato conferma. Suo figlio aveva tardato, doveva rientrare prima di cena, ma non era la prima volta che lo faceva. A volte tardava perché un amico insisteva a invitarlo a cena, o gli amici lo costringevano a fare un giretto insieme a loro. Allora lei, ogni volta che tardava, si metteva alla veranda, di fronte alla porta, lo aspettava – lo sapeva fare meglio di chiunque altro – e quando arrivava, si limitava a singhiozzare, abbracciarlo, annusarlo e poi baciarlo.

Lui le chiedeva scusa e si giustificava, ma a lei bastava che fosse tornato, e si asciugava le lacrime con l’orlo del velo che le copriva la testa. Ora il buio che si affacciava dalla finestra sembrava quello di sempre; cubo, denso e sapeva di polvere da sparo, di paura e di morte. Lei era abituata alla morte, ma non tutte le morti sono uguali. Poco a poco il suono delle sirene si allontanava o taceva, era finita la foga della polizia e delle ambulanze. Dopo un po’ di tempo tutto ritornava calmo, come prima, e la quiete là fuori le lasciava una densa inquietudine nel cuore. Ora poteva accendere l’attesa per aspettare il ritorno del figlio, ma le sembrava che era ancora presto per mettersi alla veranda. Diede la schiena alla finestra e si diresse verso il lume, lo prese e si mise sul tavolo davanti alla fodera. Guardava le perline, la fodera e i disegni; due fiori rossi e una scritta “buongiorno”. Sentiva che aveva poca voglia di ricamare. Era il suo miglior passatempo, la sua vocazione e il lavoro in cui trovava se stessa, e, soprattutto, vinceva il tempo. Carezzava le perline colorate, guardava l’ago e le sembrava strano che non avesse voglia di ricamare, eppure proprio quella fodera la faceva per il figlio; due fiori e un augurio.

Sentiva di scatto che il tempo si burlava di lei, ghignava e la derideva. Quel gigante che aveva sempre vinto con il suo lavorio, perché quando si metteva a ricamare, infilava le perline nell’ago, come se infilasse i minuti, e le crocifiggeva sulla stoffa. Ogni giornata che passava a ricamare la fissava lì, sulla stoffa, in quei disegni a cui dava vita, e da quella battaglia col tempo ne usciva vittoriosa. I giorni in cui aveva perso la voglia di ricamare erano quelli successivi alla morte del marito. Ora andava a guardarlo nella foto, aveva la testa sul collo, ma quando gliel’avevano portato in un sacco la testa era staccata dal corpo. Quel semplice operaio che lavorava in una fabbrica di plastica era stato ucciso per nulla.

Nella guerra civile settaria tra sciiti e sunniti, dopo il 2003, sono stati uccisi migliaia e migliaia di innocenti che hanno come un’unica colpa l’appartenenza a una setta o all’altra. Erano vittime della lotta al potere, dell’ignoranza e delle convinzioni sbagliate. I pesci grandi mangiano sempre quelli piccoli, è una legge universale. Così quel povero operaio era uscito la mattina tutto un pezzo, ed era tornato due pezzi, in un sacco. Era sangue versato da nessuno, non c’erano colpevoli da accusare, eppure erano tutti colpevoli.

E così il nero era diventato il colore che la identificava, si intonava con la sua faccia bruna, secca e segnata di rughe, quella faccia che stentava a indossare un sorriso. Nei giorni successivi alla morte del marito si era rassegnata al tempo, che si burlava di lei e imponeva le sue lunghe ore e lunghe giornate su quell’esistenza esile. Dopo pochi mesi però era riuscita a riprendersi, soprattutto per la necessità del lavoro che era diventato uno dei mezzi per sopravvivere.

Guardava il viso del marito, era sereno in quella foto, quell’uomo che lei aveva atteso a lungo era partito senza ritorno, e ora aspettava di congiungersi con lui, in qualsiasi parte egli fosse. Il figlio tardava a tornare, il cibo iniziava a raffreddarsi, e la preoccupazione cominciava ad assalirla.

Andava alla veranda, osservava la porta poi rientrava in cucina, scopriva le pentole, girava il brodo e usciva dalla cucina. Fece così per un po’ di tempo, poi ha acceso il fuoco per riscaldare il cibo, il figlio sarebbe tornato a breve. Quando il cibo si raffreddò di nuovo, si rese conto che stava tardando troppo, e andò alla veranda, rimase lì, seduta per terra, davanti alla porta. Ora il silenzio le pesava troppo, e ancor di più il tempo; l’ora passava così lenta che sembrava un’eternità. Prese un rosario dalla tasca, e iniziò a sgranarlo ripetendo alcune preghiere, alzando di tanto in tanto la testa al cielo. A un certo punto raggiunse le sue orecchia un vocio che ronzava vicino alla sua porta, allora si alzò, aprì la porta per vedere di cosa si trattava. C’era un paio di donne del vicinato davanti alla sua porta, non si sapeva se fossero lì per caso o stavano per bussare alla porta, ma quando lei aprì la porta si voltarono entrambe verso lei, poi si guardarono. La donna chiese se tutto era a posto, una delle due donne, con tono preoccupato, le disse che era avvenuta un’esplosione nel locale “As- Salam”. Anche i figli di quelle due donne erano fuori di casa. E quel locale era il più frequentato dai giovani del quartiere; lì prendevano il tè, le bibite o i dolci, e giocavano a carte, a scacchi o a domino. Dato che suo figlio ci andava spesso allora le mancò la terra sotto i piedi e si aggrappò alla porta, le corsero incontro le due donne per reggerla, poi una disse che, forse, il figlio non era lì. Ma come non aveva pensato a una cosa così semplice? Poteva essere in giro, o a cena da qualche amico.

D’un tratto la speranza, quella strana creatura che cresce subito dentro l’uomo, prese la meglio, e la donna si sentì un po’ sollevata. Doveva però andare a vedere con i propri occhi, o almeno chiedere, per capire se suo figlio era lì o no. Allora socchiuse la porta e si avventurò in quel mare di buio. Le due donne, invece, avevano già mandato qualcuno per informarsi per i propri figli. Rimasero lì a guardarla inghiottire dal buio. La donne minute passava da un vicolo all’altro, si inciampava e guardava da tutte le parti, fino ad arrivare al posto. Erano passate un po’ di ore dal tonfo; i morti, o quel che era stato raccolto di loro, erano stati messi nei sacchi e portati via, i feriti erano stati trasportati nelle ambulanze per diversi ospedali, l’incendio domato e spento e il sangue sciacquato velocemente. Ciò che era rimasto dall’esplosione era la distruzione del locale, alcune macchine di cui era rimasto soltanto lo scheletro e fumo nero sulle pareti.

Al suo arrivo la donna coprì il naso con l’orlo del velo, un forte odore di carne bruciata e di esplosivo era diffuso nel posto. La marea di gente, lì presente, era immersa nel chiacchierio; alcuni si informavano su cosa era accaduto, se era un’autobomba, un kamikaze o una bomba. Qualcuno diceva che un’autobomba carica di esplosivo era esplosa davanti al locale. Un’altro diceva, invece, che era un kamikaze carico di esplosivo con una borsa piena di dinamite, si era introdotto nel locale e l’aveva fatto saltare in aria. La donna non voleva ascoltare quei dettagli, carezzava invece la speranza, la faceva crescere dentro, ma il chiacchierio entrava violentemente nel suo orecchio. Lei girava gli sguardi in cerca di qualcuno che conosceva, qualcuno degli amici di suo figlio. Girava tra la folla, guardava con terrore nelle facce, voleva trovare qualcuno e non voleva, sperava che fossero tutti lontani da quel posto. E mentre passava vicino a un gruppo di ragazzi si sentì chiamare, si girò e vide un giovane con una faccia marmorea sottratta alla morte a stento.

Era uno degli amici del figlio. Il giovane le disse: “dovevo essere nel locale, ma avevo tardato un po’, e questo ritardo mi ha salvato la vita”. Lei chiese con foga di suo figlio, ora tutti i giovani erano intorno a lei, alcuni di loro erano amici o compagni del figlio. Il giovane non sapeva cosa dire, non doveva essere nel locale, disse, ma un altro affermò che prima era qui, però forse era uscito, perché doveva raggiungerli in un’altra zona, ma non l’avevano visto più. I ragazzi erano di pareri diversi, tra chi diceva che doveva essere dentro e chi diceva che era uscito. Le confermarono però che non esisteva nessuna traccia di lui dopo l’esplosione, che avevano controllato tra i feriti nelle ospedali e tra i morti negli obitori, era vero che c’erano persone sfigurate, ma l’avrebbero riconosciuto. Di lui non trovarono nulla, e questo era un grande sollievo per tutti, perché voleva dire che era ancora vivo. Mentre stavano lì qualcuno da sopra a un tetto gridò che c’era una testa staccata sul tetto. La portarono giù, la donna tremante l’aveva guardata, ma non era di suo figlio. Mise la mano sul cuore e sospirò. Ora la speranza in lei era fortissima, suo figlio, la personificazione della sua esistenza, non doveva essere nel locale, quindi non era morto, l’avrebbero trovato da qualche parte se fosse morto o ferito.

Allora riprese a girare tra la folla, cercava nelle facce, e i ragazzi le correvano dietro. Intanto una voce girava tra la folla, ma anche tra i giovani; si diceva che l’esplosione era stata compiuta da un kamikaze. E si diceva che quel kamikaze era talmente carico di esplosivo che di lui non era rimasto nessuna traccia, proprio nulla, e che almeno una persona, di quelle che gli erano troppo vicine, era sparita totalmente. I ragazzi mormoravano dicendo questa cosa, e a lei giungevano queste voci, ma erano lontane, non riguardavano né lei né suo figlio, perché lui non era sparito, lui c’era da qualche parte. Chiese anche ai ragazzi di cercare con lei “è qui da qualche parte, probabilmente ha sentito dell’esplosione e verrà a vedere”, i ragazzi si guardavano, qualcuno non riusciva a reggere la scena e allora si girava dall’altra parte.

I giovani la assecondarono, e dopo un po’ di ricerche le pregarono di tornare a casa, dicendo che avrebbero continuato a cercare loro. Che sarebbero tornati da lei insieme al figlio, quando l’avrebbero trovato. Un paio di loro la accompagnarono, lei parlava tutta la strada, diceva che suo figlio sarebbe tornato, che l’indomani avrebbe fatto un pranzo per tutti, diceva ai due ragazzi, entusiasta, che sarebbero stati invitati. Loro annuivano con la testa senza proferire nemmeno una parola. Appena rientrò a casa la accolse il silenzio e un leggero odore di cibo. Andò direttamente ai fornelli, li ha accesi per riscaldare le pentole. Una voce dentro le diceva che suo figlio non era morto, sarebbe morta ora se fosse così. Dio non le avrebbe fatto questo, non avrebbe distrutto la sua esistenza.

Portò la lampada al tavolo – il lume era più debole di prima – e si sedette davanti alla fodera. Era agitata, certa angoscia scavava come un ago minuscolo nel suo cuore, ma dall’altra parte una vaga e forte speranza le cresceva dentro. Alzò la testa verso il soffitto mal illuminato, lodò Dio e mormorò delle preghiere, poi prese l’ago e le perline e riprese a ricamare. Con una mano tremante colorava il disegno dei fiori con le perline rosse, più ricamava più si sentiva tranquilla. L’odore del cibo invadeva più forte le sue narici, mentre il silenzio si intonava con l’intenso buio della notte e con la sua attesa.

Gassid Mohammed

Scrittore, poeta e traduttore iracheno. Nasce a Babilonia nel 1981, dopo la laurea quadriennale a Baghdad
continua gli studi a Bologna. Nel 2011 conclude la magistrale in Italianistica, per poi conseguire il dottorato nel

Svolge le sue attività letterarie e culturali a Bologna e in altre città italiane, facendo parte di diversi gruppi e collaborando con varie riviste italiane e arabe.

Attualmente vive a Bologna ed è docente di lingua e letteratura araba nelle seguenti università: Università di Bologna, Università di Macerata, Università IULM (Milano), Istituto di Alti Studi Carlo Bo (Milano). I suoi testi sono apparsi su diverse riviste cartacee e online, e in diverse antologie. Ha pubblicato con L’Arcolaio la sua prima raccolta di poesie “La vita non è una fossa comune” (L’Arcolaio 2017).

Tra le sue traduzioni, dall’italiano all’arabo: Il corsaro nero di Emilio Salgari (Al Mutawassit 2016), La bella estate di Cesare Pavese (Al Mutawassit 2017), City di Alessandro Baricco (Al Mutawassit), Senilità di Italo Svevo (Waraq 2017). Dall’arabo all’italiano ha tradotto: Le istruzioni sono all’interno di Ashraf Fayad (Terra D’Ulivi 2016), Una barca per Lesbo di Nouri al Jarrah (l’Arcolaio 2018), Fuga dalla Piccola Roma di Haji Jabir (l’Arcolaio 2018).
Ha partecipato a più edizioni del Laboratorio di scrittura interculturale: i suoi racconti sono compresi nei testi antologici che ne sono derivati (Casamondo, 2011; Intrecci, 2013), reperibili sul sito Eks&Tra. Con
l’associazione collabora da tempo nella veste di docente di scrittura interculturale in prosa e in versi per collettivi di adulti e scolari.

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