|

 

Lawrence d’Arabia e l’invenzione del Medio Oriente

Io ho un amico che lavora per la CIA. Naturalmente, il suo curriculum parla di lui come di un riconosciuto studioso di cinema e di un accreditato esperto di archivi desecretati. In realtà, godendo proprio a causa della sua credibilità scientifica di una più che discreta libertà di movimento in ambiti sociali, culturali ed anche politici upperclass, libertà che gli facilita conoscenze ed accessi ad ambienti altrimenti sbarrati, la sua specialità è la controinformazione. Forte della sua incontestabile professionalità, è facile per lui inserirsi nelle redazioni dei talkshow televisivi, dei magazine di maggior successo e delle radio più ascoltate dei paesi che via via visita. Anche il suo aspetto fisico, bonario, affabile, sempre disponibile alla battuta o alla citazione ironicamente arguta ma esercitata senza malleveria né cattiveria apparente nei confronti di chicchessia; aspetto e prerogative distantissime da quelle che ci si attenderebbero da un personaggio del suo carisma e della sua importanza lo rendono quindi il partner ideale per serate mondane o per bevute epocali e mangiate pantagrueliche. Attitudini, queste, che contribuiscono largamente a circondarlo di un’immagine assai distante da quella stereotipa che tanta letteratura e cinematografia hanno imposto come corrente dello 007 di turno regalandogli quindi una credibilità, una veridicità ed al contempo quella trasparenza, quella impalpabilità assolutamente necessarie se si gioca il gioco che lui è così bravo a condurre.

Naturalmente, sto scherzando. Non perché non sarebbe possibile conoscere un agente CIA (o di qualunque altro servizio) sotto copertura, semplicemente perché il ritratto che ho fatto è quello, romanzato vabbè, di una persona reale, che conosco e di cui sono amico. Mario José Cereghino si occupa veramente di archivi desecretati statunitensi e britannici. Questa sua capacità di aggirarsi, governandoli, in asettici ambienti dai più ritenuti ostici e ai quali si continua a guardare con diffidenza e sospetto, gli ha permesso di pubblicare questo “Lawrence d’Arabia e l’invenzione del Medio Oriente” (Feltrinelli, 2016).

Ed è analizzando la storia che sembra un romanzo, ma romanzo non è, di Thomas Edward Lawrence, una storia scritta come fosse un saggio storico ma in questo caso la storia non è quella dei vincitori (o non solo quella dei) che si riuscirà a capire una terra bella e sfortunata, conquistata e divisa, sfruttata ed oppressa. La storia di una terra, e dei popoli che la abitano, che così tanto ha segnato la storia (quella vera, non quella ufficiale scritta dai vincitori, e che i vincitori non hanno mai voluto spiegare) del mondo che tutti noi conosciamo. Una storia che inizia a Il Cairo nell’autunno del 1914 quando l’archeologo Thomas Edward Lawrence entra a lavorare nei servizi d’intelligence britannici. È l’inizio di una saga che nel giro di qualche anno trasformerà il giovane e sconosciuto sottotenente gallese nell’epica figura di Lawrence d’Arabia. La sua è una vera e propria mission impossible: avvicinare i capi arabi (a cominciare dall’emiro Feisal) e convincerli a scatenare la guerra per bande contro i turchi nella penisola arabica e nella Mezzaluna fertile. Tra il 1916 e il 1918 la “rivolta nel deserto” si estende a macchia d’olio in tutta l’area e sarà la svolta decisiva che provocherà la sconfitta dell’Impero ottomano nel corso del primo conflitto mondiale. Gran Bretagna e Francia però, gli imperi coloniali più potenti dell’epoca, non puntano all’indipendenza degli arabi quanto piuttosto a nuove forme di dominio politico, militare ed economico sugli immensi territori che si estendono tra il Mediterraneo, il Golfo Persico e il Mar Rosso che saranno sancite dal patto Sykes-Picot (1916) e dalle conferenze di Sanremo (1920) e del Cairo (1921). Il pamphlet, scritto grazie all’analisi e allo studio dei molti fascicoli raccolti negli archivi britannici di Kew Gardens, affronta la questione mediorientale (a proposito, quanti sanno che il termine Medio Oriente è un’invenzione lessicale ben  precedente a quella geografica: all’inizio del Novecento, infatti, la parola ‘Medio Oriente’ non esisteva. Il termine “Medio Oriente” fu usato, in origine, per indicare alcune regioni coloniali appartenenti alla Gran Bretagna, le quali però differivano per collocazione geografica da quello che è oggi considerato il Medio Oriente. Il “Near East” indicava quella parte del mondo arabo posto sotto la dominazione ottomana includendo quindi non solo tutti gli stati che dal Marocco giungevano in Turchia, ma anche la Grecia, la quale ottenne l’indipendenza solo nei primi anni dell’800 mentre il “Middle East” identificava l’area geografica compresa tra la Persia ed il sub-continente indiano comprendendo anche questi due estremi e il “Far East” comprendeva tutti i territori posizionati ancora più ad Oriente).

Cereghino, con la collaborazione del giornalista e scrittore Fabio Amodeo, affronta le complesse vicende mediorientali degli anni tra il 1914 e il 1921, e il ruolo non sempre lineare svolto da Lawrence d’Arabia in questo difficile contesto oltre ogni mito e leggenda rendendolo più vero ed umano e regalando al lettore uno spaccato dell’epoca grazie alla continua interazione con i veri protagonisti della politica, della storia, della società dell’epoca da Winston Churchill a Bernard Shaw, da lady Astor a Zoltán Korda.

Share Post