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Le seconde possibilità…

Giorni fa ho visitato il centro Rostom che accoglie persone senza dimora, donne e uomini con disagi psichici, problemi di salute, con un vissuto complesso, che si trovano in condizione di grave emarginazione sociale.

Si trova all’estrema periferia di Bologna, in via Pallavicini 12, al piano terra di una struttura bianca, squadrata (al piano superiore c’è Casa Willy, dedicata all’accoglienza serale e notturna per adulti).

Una volta varcata la porta ti dimentichi del bianco anonimo dei muri esterni; l’atmosfera che ti accoglie è colore, vita, casa. Murales bellissimi, librerie colorate fatte con materiale di recupero, cartelli disegnati per indicare i servizi che si trovano nelle varie stanze, e poi gli sguardi di coloro che lo abitano: curiosi, gentili, occhi per comunicare la storia di chi ha immensamente tanto da dire.

Mentre camminavo nel corridoio sono stata catturata dal “muro di parole”:

Tra le diverse frasi, mi ha colpita “In questa casa [……] diamo seconde possibilità”.

Non semplice e tantomeno scontato. In un tempo in cui si tende a lasciare indietro chi non è al passo del mondo, a distogliere lo sguardo dal “diverso”, porsi l’obiettivo di dare un’altra possibilità a chi si è scontrato con le difficoltà della vita, a chi è caduto e fatica a rialzarsi, a chi ha fatto cose che non avrebbe dovuto fare ed ha capito, a chi soffre, considero un esercizio di umanità grandioso!

Le persone che hanno un vissuto di abbandono e di isolamento sotto ogni aspetto spesso rimangono ai margini, diventando “invisibili” per la società. In questa situazione è difficile per loro comprendere il valore positivo delle relazioni, in particolare quelle legate alla partecipazione alla vita della comunità, alla costruzione di forme di convivenza, ma è l’unica via per ridare respiro, vita, dignità.

Ed è proprio quella seconda possibilità che si costruisce al Rostom. Un quotidiano lavoro di intervento che riporta al centro la relazione, costruendo reti di vicinato, “mescolando” gli ospiti con gli abitanti della zona, attraverso momenti di socialità, attività di volontariato come mantenere pulito un pezzo di strada, curare un angolo di verde, effettuare piccoli lavori di manutenzione; progetti volti a formare una comunità accogliente e inclusiva libera da stigmatizzazioni e pregiudizi.

Favorire l’incontro tra tutte le realtà di un territorio e costruire una rete relazionale significativa,  è il binomio per riuscire ad indurre quel cambiamento positivo che contribuisce a identificare queste esperienze come patrimonio di tutta la comunità.

Quando esco è quasi buio, mentre salgo in macchina do ancora uno sguardo alle pareti colorate che si intravedono dalle grandi finestre e penso a quanta sia fragile la nostra vita e quanto sia importante comprendere il significato profondo che sta dietro all’uso di parole spesso inflazionate e banalizzate, perché a rendere le cose buone o cattive è l’approccio che ognuno di noi ha verso ciò che accade, che vede.

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