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All’insonnia è gradita la lettura dei romanzi di un autore che finalmente viene a presentare la sua ultima opera nella libreria di una città vicina: per arrivarci, il treno, un autobus e poi camminare un po’. La vita sociale è silente da anni, come quella dei personaggi descritti nei libri. Per andare alla presentazione occorre solo chiedere un permesso dal lavoro e incrinare leggermente la routine con una ricerca degli orari dei treni su internet. Via libera per il permesso, vista la buona condotta professionale; qualche impacciato timore a prenotare il biglietto online, come se affezionati autismi volessero posticipare quell’incontro. Il personaggio dell’ultimo libro tiene buona compagnia anche di giorno: conoscere l’autore è fantasticata come una forma di terapia. Diciamola tutta: ci si è invaghiti delle parole che hanno dato un corpo e un senso a quella voce interna che latita.

Dalla vetrina si vede la saletta: una quindicina di sedie pieghevoli aperte, quelle utilizzate nelle sagre paesane, la scrivania rivolta contro gli scaffali, sopra una bottiglia d’acqua con la marca girata, due bicchieri di vetro, alcune copie del libro sparpagliate, altre di riserva impilate e un po’ nascoste.

Poco alla volta le sedie vengono occupate in modo alternato, come caselle dello scacchiere: un piccolo urto con la borsa può valere come uno scacco al re o alla regina, e tocca scusarsi o scambiare due parole di circostanza. Annuncio di leggero ritardo: l’autore ha avuto un contrattempo col treno. Forse è in un’altra città: il tabellone degli arrivi segnava poco fa il perfetto orario di tutti i convogli.

Arriva quando sono tutti seduti. Apre la porta cedendo il passo a una donna non più giovanissima, non più bellissima; un biondo svanito come di guerra fredda. Ha la grazia della stanchezza di chi ha già vissuto dentro a tre o quattro novelle. Si accomoda in prima fila: musa probabile, oggetto di esegesi silenziose tra il pubblico composto. L’autore scambia qualche parola col libraio: sono dovute cortesie e ringraziamenti. Poi si siede, saluta brevemente, risponde alle domande di un giornalista che ha la stoffa per le parti difficili: riesce a fare apprezzare l’opera ma non incensa l’autore, mette in luce dando nitide pennellate alle zone d’ombra. Quasi meglio dell’autore. I presenti già nostalgici prima che tutto finisca.

Tra lo scricchiolio delle sedie che vengono ripiegate, un attimo distratti dalle luci che sotto il portico si accendono dipingendo riflessi sul volto dei passanti, si forma una piccola fila alla scrivania. La musa si allontana di qualche metro, guarda i volumi sui ripiani con le mani affondate nelle tasche del cappotto. C’è sempre chi si dilunga e ha qualcosa da dire, o peggio, da proporre all’autore. Il libro lo si aveva già, si torna a casa con una firma, non si è riusciti a dire nulla se non il proprio nome.

(La foto è di Lorenzo Rondali)

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