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L’imperdibile “Surrealist Lee Miller”

Una donna di una bellezza assoluta è spesso ritratta nelle fotografie alle pareti. E so di averle già viste quelle foto. Questione di ipertrofia del giro fusiforme conosciuto anche come sindrome di Asperger (no, non fateci caso, questa l’ho presa dai romanzi di Jo Nesbǿ; sarebbe quella particolare capacità per cui la parte mesiale del lobo temporale, che già normalmente si occupa dell’elaborazione e del riconoscimento delle informazioni cromatiche, del viso e del corpo, delle parole e dei numeri, consente, in casi estremi, di ricordare visi visti seppur solo una volta nella vita anche a distanza di anni e che io, impropriamente, ho applicato alla capacità di riconoscere fotografie).

Ma visto che io non sono un personaggio di Nesbǿ, né ho il giro così tanto funzionale, la spiegazione è molto più semplice: delle due foto cui accennavo, una l’avevo davvero già vista, mentre l’altra l’ho scambiata per una foto di Horst P.Horst, il più immaginifico fotografo di moda e di costume della prima metà del secolo scorso.

Entrambe le fotografie ritraggono la medesima, bellissima, donna, ma mentre la prima è un inquietante ritratto di David Schermann, la seconda è un selfportrait (un autoscatto, da non confondere con gli insulsi selfie odierni) scattato da quella che potrebbe anche sembrare una modella di Horst (e che comunque modella è stata) e che è Lee Miller, sconosciuta, ai più, fotografa americana alla quale è dedicata questa bellissima, intensa, imperdibile “Surrealist Lee Miller”, la mostra aperta ancora solo fino al 9 giugno presso Palazzo Pallavicini di via San Felice 24 (con orari che vanno dal giovedì alla domenica dalle 11,00 alle 20,00) a cura di “ONO Arte Contemporanea”, la sempre più benemerita galleria di via Santa Margherita.

Ma chi è Lee Miller e perché può davvero essere considerata la più importante reporter del suo tempo alla pari, se non ancora più iconica, della immortale Gerda Taro?

Lee nasce nel 1907 a Poughkeepsie (nome che curiosamente riporta alle contee inventate da Mark Twain e Wiloliam Faulkner e J.D.Salinger) nello stato di NewYork. Lanciata da Condé Nast sulla copertina di “Vogue” e “Vanity Fair”  nel 1927 Lee Miller diventa una delle modelle più apprezzate e richieste dalle riviste di moda. Molti sono i fotografi che la ritraggono (Edward Steichen, George Hoyningen-Huene, Arnold Genthe) e innumerevoli i servizi fotografici di cui è protagonista. Caparbia, intraprendente e curiosa, si trasferisce a Parigi dove i suoi lineamenti eleganti, i capelli biondi alla garçonne, la raffinatezza e lo sguardo sicuro la fanno adottare dai surrealisti e le aprono le porte degli atelier di Pablo Picasso e di Max Ernst, di Jean Cocteau e di Joan Mirò. Inaugura così il suo primo studio diventando nota come ritrattista e fotografa di moda, anche se le opere più importanti di questo periodo sono certamente le immagini che realizza con Man Ray, di cui diventa musa e modella, sviluppando insieme a lui la tecnica della solarizzazione e trovando la quadra tra la poetica surrealista  dell’object trouvé e la sua accezione fotografica, l’image trouvée, sintetizzando, in un linguaggio fotografico che utilizza in maniera del tutto innovativa e personale l’inquadratura, le metafore, le antitesi e i paradossi visivi, una visione assai particolare della quotidianità che viene restituita in immagini divertenti, misteriose, inquietanti e dalla bellezza per l’epoca, ma non solo, inconsueta.

Lee MIller con Pablo Piccasso

Nel 1932, considerando conclusa questa fase di apprendimento ed alla ricerca di nuovi stimoli e più eccitanti sfide, torna a New York per aprire un nuovo studio fotografico che, nonostante il successo, chiude due anni più tardi quando sposa il ricco uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce con lui al Cairo. Intraprende così lunghi viaggi nel deserto e fotografa villaggi e rovine, iniziando quella che segnerà in maniera indelebile la sua carriera e fama postuma: la fotografia di reportage, un genere che approfondirà negli anni successivi quando, insieme a Roland Penrose, un artista surrealista che diventerà il suo secondo marito, viaggerà sia nel sud che nell’est europeo.

Giorge Limbour e Jean Dubuffet

Poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, lascia l’Egitto per trasferirsi a Londra dove inizia a lavorare come fotografa freelance ed assistente di Cecil Beaton per “Vogue” (sono i tempi dell’autoritratto che avevo erroneamente attribuito ad Horst). Ma i tempi sono ormai maturi per un nuovo, sconvolgente, cambio di vita. Con l’aiuto di David Schermann ottiene un accreditamento come corrispondente di guerra dalle forze armate statunitensi per le riviste “Life”  e “Time”. Sarà così l’unica reporter donna a seguire gli alleati durante il D-Day, a documentare la guerra al fronte (l’assedio di Saint-Malò) e la liberazione di Parigi, i combattimenti in Lussemburgo e in Alsazia e la prima reporter ad entrare nei campi di concentramento liberati di Dachau e Buchenwald in cui fotografa con aspro impatto e inquadrature dal fortissimo senso del drammatico i reclusi ormai salvi e gli aguzzini giustiziati, e la Vienna prostrata dalle distruzioni e dalla fame dell’immediato dopoguerra (è in questi giorni che scatta, negli appartamenti di Hitler a Monaco di Baviera, quella che probabilmente è la sua fotografia più iconica: l’autoritratto nella vasca da bagno del Führer).

Dopo la guerra Lee Miller continua a scattare per “Vogue” per pochi altri anni, occupandosi di moda e celebrità, ma alla metà degli anni ’50 smette di fotografare (anche se il suo apporto alle biografie scritte da Penrose su Picasso, Mirò, Man Ray e Tapies è fondamentale, sia come apparato fotografico che aneddotico) a causa di quella che oggigiorno probabilmente verrebbe definita sindrome da stress post traumatico. Si dedica così alla sua nuova passione, la cucina professionale, ma anche questa nuova attività di successo è di breve durata. Inizia infatti un lungo periodo di buio e di autodistruzione che terminerà nel 1977 quando, malata da tempo, muore a Los Angeles.

Una vita intensa, come si vede, a volte straordinariamente felice, a volte straordinariamente dura. In ogni caso straordinaria sotto molti punti di vista: personale, artistico, professionale, culturale. Una vita straordinariamente riassunta in questa mostra davvero impedibile, “Surrealist Lee Miller”.

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