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“… era un quartiere lurido. Mi si appiccicava alle scarpe come il vischio alle zampe degli uccelli. Era scritto che lo avrei sempre dovuto misurare a piedi in cerca di qualcosa, di un pezzo di pane, un rifugio, un po’ d’amore …”.

Ecco il solito occhio di lince hollywoodiano, si potrebbe pensare.

E ancora, “… alta e slanciata, a testa nuda, avvolta in un trench écru, nelle tasche del quale affondava le mani, sembrava stranamente sola in mezzo a quella folla, forse persa in una fantasticheria interiore. Era in piedi all’angolo del chiosco di giornali, sotto il lampione a gas. Il viso pallido e sognante, di un ovale regolare, era sconcertante. Gli occhi chiari, come lavati dalle lacrime, riflettevano un’indicibile nostalgia. Il vento pungente di dicembre giocava tra i suoi capelli …”, ecco la perfetta dark lady che si aggira nella nebbia densa della città degli angeli.

E invece no, non siamo dalle parti del Mulholland Drive o del Sunset Boulevard nè tanto meno stiamo affrontando i tornanti di Lombard Street; siamo invece in Francia, la Francia occupata e divisa prima, la Francia del ritorno alla normalità poi, la Francia della grandeur pompidouiana infine.

E lui, anche se lo pare, così vissuto, ironico, stropicciato, acuto, pwrfettamente appartenente alla scuola dei duri cantata da Hammet e Chandler o da Spillane e MacDonald, non è Sam Spade o Philippe Marlowe, Mike Hammer o Lew Archer (in italiano, sigh, Harper): Lui è Nestor Burma (o dinamite Burma come lo chiamano amici e nemici, la fida e pungente segretaria Helene Chatelain o l’altrettanto fidato e comprensivo ispettore Florimond Faroux, i colleghi e amici Roger Zavatter e Louis Reboul o il giornalista compare di antiche bevute Marc Covet), il protagonista della trentina di avventure (inclusa una serie nella serie intitolata “I nuovi misteri di Parigi” che comprende quindici racconti, ognuno dei quali dedicato a un diverso arrondissment di Parigi) che all’ineffabile investigatore sempre munito di pipa, quasi un contrappasso all’altrettanto famoso, e per certi versi alter ego, commissario Maigret simenoniano, ha dedicato quel gran maestro del noir francese e mondiale che risponde al nome di Leo Malet (Montpellier 1909, Parigi 1996).

Trenta romanzi, dicevo. Trenta avventure per una trentina di anni di vita del personaggio (che compare per la prima volta nel 1941 in “120, rue de la gare” e continua ad investigare ed allietarci fino al 1971 con l’inchiesta conosciuta come “Nestor Burma e la bambola”), In questo lasso di tempo, tutto è cambiato, la vita, i bistrot di periferia come i treni che promettono, lontane, le spiagge della côte d’Azur, le motivazioni delle persone e le calze delle donne, fatali come si conviene, perfino l’argot è cambiato e i nuovi apache neanche lo sanno parlare; eppure in tutto questo mutare c’è qualcuno che non cambia, non cambia per non seguire le mode del momento, per non diventare, anche lui, una banderuola al vento: lui, Nestor, Nestor il puro, Nestor il romantico, Nestor il disilluso, Nestor che sa sempre fare la cosa giusta, la più giusta in quel momento ed in quel luogo. Lui, Nestor “dinamite” Burma.

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