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“Maigret va al sud”

Sarò ripetitivo, lo so lo so, ma aprire un qualunque romanzo di Maigret (con protagonista Maigret) è come sempre incontrare nuovamente un vecchio amico. Un vecchio amico che non si vede da tempo, magari, ma di cui si sente, si sentiva, la mancanza anche senza saperlo. Poi, per scoprirla, la mancanza, basta cominciare a leggere e ci si accorge di come qualcosa, durante il tempo in cui lo si è dimenticato, sia mancato. Se poi l’occasione è data dalla stampa estiva di questa antologia, “Maigret va al sud” che compendia alcuni romanzi di ambientazione meridionalista (la Provenza, la Côte d’Azur, Tolone), bè a questo punto davvero non resta che chiedersi il perché di una così lunga lontananza.

Chi infatti ha dormito anche una sola notte a Porquerolles, capirà benissimo quello che intende Simenon quando ad un deuteragonista del suo romanzo “Il mio amico Maigret” , uno dei titoli della raccolta, confida ad uno stranito commissario Maigret, che contrariamente alle abitudini ha tralasciato di indossare la giacca, calza un paio di comode pantofole e sta sorseggiando un vinello bianco frizzante e ghiacciato, “… ecco, vede commissario? Che le dicevo? E’ la porquellorite, sta prendendo anche lei. Vedrà, ancora un paio di giorni …”. Un’isola mediterranea che di mediterraneo nulla ha. Spiagge isolate, conifere secolari che protendono le proprie radici fino in acqua (e così simili, nel loro  bisogno di incontrare l’elemento liquido, alle palme viste, chessò a Tobago o  a Guadaloup), non ci sono strade, non quelle che conosciamo noi, comuni continentali, non c’è luce, quando il buio della sera cala, solo lampade tascabili, fioche luci nascoste tra i rami generate dai … generatori, e lucciole, lucciole, lucciole. Naturalmente, visto che siamo a sole 3 miglia dalla costa, ogni giorno barconi e battelli trasportano decine di turisti. Allora, in queste ore centrali della giornata, un po’ di traffico umano arriva a scombussolare il quieto tran tran dei locali. Ma alle 5 della sera, subito dopo la partenza dell’ultimo battello che riporta i giornalieri a Hyeres, ecco che chi ha avuto la fortuna, o la previdenza, di riuscire a prenotare una camera per la notte, si ritroverà a vivere un’emozione unica, in un luogo senza tempo, un luogo in cui tutto sarà tornato come sempre, come sempre è stato, come ai tempi, beati, quando Simenon, era verso la metà degli anni ’40, aveva preso l’abitudine (ma forse era la porquellorite a spingerlo) di soggiornare a più riprese nella meravigliosa isola poco sotto Tolone.

Vero è che nell’antologia manca uno dei romanzi più significativi tra quelli che raccontano delle sporadiche trasferte del commissario (“Il clan dei Mahè” ambientato anch’esso a Porquerolles) ma i tre romanzi “Liberty bar”, “Il mio amico Maigret” e “La pazza di Maigret” ben danno conto di uno struggimento e una umanità in qualche modo nascoste, diverse da quelle cui siamo abituati seguendo il nostro commissario nelle fredde albe, nella pioggerellina insistita, nelle brume dei canali. Scopriamo cioè un Maigret pigro, ciondolante, che non vede l’ora di sdraiarsi all’ombra di un pergolato da cui filtrano rare lame di sole lucente dopo aver bevuto con gran soddisfazione un calice di bianco fresco e frizzantino. Un commissario ben diverso, in maniche di camicia, il colletto allentato, le pantofole (in mancanza di quella naturalezza tutta meridionale che gli permetterebbe di indossare un comodo paio di espadrillas), da quello che siamo abituati a riconoscere nella pesante grisaglia grigia scura, il borsalino ben piantato in testa, circondato da una nuvola di fumo proveniente dalla pipa perennemente impugnata.

Capisco, lo so, di essere partigiano, un sostenitore praticamente acritico di Simenon scrittore, ma in fondo poche ciance: non ci fosse stato Simenon non avremmo avuto Camilleri e Vázquez-Montalban, Izzo e Markaris.

Oddio; forse li avremmo anche avuti, ma chissà quando e chissà come.

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