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Marina Romea

Almeno duecento metri di pineta. E poi, scavallate le dune, altrettanto per arrivare al mare. Ma questo è solo uno degli ottimi motivi per affrontare l’ora e poco più che divide Bologna da Marina Romea (la cittadina inventata all’inizio degli anni ’50 sull’allora nuova strada litoranea realizzata per unire Porto Corsini con Casal Borsetti attraversando la pineta).

Certo faccio presto a parlare io che frequento quelle spiagge da almeno trentacinque anni e che conosco tutte le strade, ma proprio tutte, per non restare imprigionato nell’imbottigliamento della domenica sera.

Però, davvero, soprattutto in questo periodo quando le giornate lunghe, lunghissime, ti cullano in spiaggia fino a tardissimo, vale veramente la pena di regalarsi qualche giorno, o anche solo poche ore, per spingersi fino a quello che, specie se si riesce ad evitare il weekend, risulterà essere un piccolo paradiso … marino. Poi, chiaro, alcune dritte, sorta di piccolo manuale di sopravvivenza alla pazza folla, saranno utili. Come quella che vi porterà al “Balneario Malaika” (n°46). La spiaggia, come quelle di tutti i bagni della marina, è profondissima, bianchissima, impalpabilmente sottile. Il vero must, però, è il giardino di piante tropicali ed autoctone che invade coreograficamente le dune, basse, che contornano la spiaggia. Inoltre, (hush hush, zitti zitti) non ci sono giochi per bambini (presente quelle tremende costruzioni a forma di castello, di astronave, di nave dei pirati che inevitabilmente, sotto il sole battente, si trasformano in trappole ribollenti di plastica) né tantomeno campi da paddle, beachvolley o beachsoccer. Un luogo magico, inventato per preservare l’intimità, il relax, il piacere della chiacchiera informale magari in compagnia di un buon bicchiere (la piccola cantina è ottimamente rifornita di vini comunque discreti se non buoni, a volte anche ottimi non disdegnando le grandi etichette di champagne, Selosse e Jacquesson tra gli altri). E se la cucina non si discosta sostanzialmente da quella di altre similari situazioni (spaghetti o pasta in genere ai vari sughi di pesce, sarde e sardoni in più maniere, fritture e insalate), a fare la differenza ci penserà Maurizio, il patron, con la sua nonchalance, il suo understatement, la sua rilassatezza da gentiluomo di fortuna insabbiato nella propria personalissima laguna dei bei sogni.

Ma se poi, dopo una pigra giornata di sabbia e mare, passeggiate e bagni, la pesca delle telline all’alba quando c’è la bassa marea (anche una decina di metri) e una corsetta sulla battigia quando il sole si avvicina al calare, a qualcuno andasse di attraversare, anche in bicicletta, la pineta per il largo, utilizzando uno dei tanti stradelli che la percorrono parallelamente alla spiaggia, si troverebbe alla foce del Lamone. Qui, sulla sponda opposta, c’è il “Buenaventura” un bar, anzi, il “Baretto sul Lamone” come recitava il nome primigenio, che mantiene di quei tempi in cui la zona non era ancora diventata modaiola e glamour l’idea selvaggia e libera da chiringuito ante litteram. Si possono mangiare, a pranzo, insalate (una classica Greca impreziosita da olive taggiasche, una di Pollo o allo Sushi, all’Humus o al Tonno o con Burrata) e panini (con pollo e guanciale o con granchio e uovo sodo, con burrata, crudo e panino al kamut o con hamburger vegano) mentre di sera si potrà scegliere tra una piadazza, una piada sfogliata presentata stesa come una pizza e con i più vari condimenti, un ottimo hamburger di tonno o un tagliere di mare (tonno fresco scottato, carpaccio di spada, alici del cantabrico e baccalà portoghese). Il tutto accompagnato da buoni bianchi freschissimi e birre artigianali (ma fino a metà pomeriggio sarà possibile avere anche una dissetante e corroborante centrifuga) mentre, in sottofondo, un’ottima selezione musicale renderà davvero indimenticabile il vostro tirar tardi fino al momento in cui la luce morente (attenzione, il sole calerà alle vostre spalle, non siate morettiani) illuminerà di mille riflessi d’argento la piccola marina subito sotto di voi.

Stefano Righini

Stefano Righini

 

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